
Lamezia Terme - Una testimonianza toccante che arriva direttamente dal cuore dell’Africa, quella di Padre Paolino Tomaino “Mutambirungu” – questo il nome datogli dal suo popolo. Il sacerdote risponde infatti da Kyamuhunga, nella provincia Bushenyi di Ankole, in Uganda. Nato a San Pietro Apostolo il 4 novembre del ’37, Padre Paolino si trova in missione dal 1964, ovvero da più di 50 anni, e l’Uganda è la sua casa. Interessato alla politica fin da ragazzino, quando frequentava la sede del partito Comunista, sceglie di diventare sacerdote dopo un campeggio a Decollatura con don Saverio Gatti – “Le sue parole scendevano nel sangue” dice –, una strada che lo porterà ad abbracciare la vocazione di missionario Comboniano, sensibile ai temi della povertà, dello sfruttamento degli ultimi e dell’istruzione dei giovani. È sostenuto da sempre da un’associazione di amici lametini, gli “Amici di Padre Paolino”, presenti in rete, che come ogni anno organizzano una Lotteria natalizia: il costo dei biglietti, acquistabili presso l’edicola Cerminara su Corso Numistrano, andrà totalmente a supporto delle numerose realtà create in Uganda dal missionario.
Quando ha preso la decisione di partire per l’Uganda e cosa l’ha spinta a portare la solidarietà del messaggio evangelico in un luogo della terra così lontano da casa sua?
"Io non sapevo dove fosse l’Uganda e di che cosa la gente avesse bisogno, prima che decidessi di fare quello che ho fatto. C’è sempre stato in me un bisogno di spendere la vita per una causa giusta, fin da quando ero giovane. Poi mi è stata scaraventata dentro le fibre dell’anima questa Parola: “Quello che avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me stesso”. Una volta entrato dai Missionari Comboniani, la frase che veniva martellata ogni momento, quella del Fondatore Daniele Comboni, era: “Lavorare tra i più poveri e abbandonati”. In quel tempo per lui erano gli africani, presso i quali ha speso la sua vita e presso i quali ha voluto morire all’età di 50 anni. Terminata la mia formazione e raggiunto il traguardo, le necessità del momento hanno spinto i miei superiori a mandarmi in Uganda, un paese dell’Africa Orientale colonizzato dagli Inglesi (forse per questo mi avevano mandato prima a studiare in Inghilterra). Quando sono sceso dall’aereo, quasi invaso da una corrente di aria calda (venivamo dal freddo dell’Italia), ho sentito nell’animo un senso di felicita immensa e già da quel momento ho pensato: da oggi questa è la mia patria, questa è la mia famiglia, e qui spenderò tutti i giorni della mia esistenza. Ho ricordato un’altra frase di Comboni, che disse quando ritornò in Sudan dopo la nomina a vescovo: “Cari figli, son venuto a voi per non più lasciarvi. La vostra vita sarà la mia vita. I vostri dolori saranno i miei dolori e le vostre gioie saranno le mie gioie”.

Quale è stata la cosa che l'ha colpita di più quando è arrivato lì e quali scoperte ha fatto nel bene e nel male?
"I primi sei mesi li abbiamo spesi come a scuola, in una casa di Missionari, a imparare la lingua, la prima grande difficoltà, non avendo essa niente in comune con le nostre lingue. E poi i costumi e le usanze di questo popolo, il modo di accostarsi a loro, di fare apostolato, le cerimonie dei matrimoni e dei funerali. Soprattutto, abbiamo imparato a non avere fretta. Quando siamo arrivati noi, l'Uganda aveva avuto la propria indipendenza solo tre anni prima, nel 1962, e c’erano pochissimi sacerdoti africani. Scuole, Ospedali e molti uffici erano ancora occupati da bianchi. Tutto il commercio era in mano agli indiani dell'India che il Governo Inglese aveva portato in Uganda, perché anche l’India era una colonia Inglese. Il Cristianesimo era arrivato negli anni ‘70, quindi vi erano già comunità cristiane. Ma di domenica la gente faceva molti chilometri a piedi per venire in Chiesa".
"Soltanto in seguito, quando i sacerdoti africani sono aumentati, si sono moltiplicati i luoghi di culto. Certo, quando si entrava in Chiesa, bisognava dimenticare l'ora di uscita. Perché dopo la messa vi erano tante altre attività, si sentiva la gioia della gente, i canti, anche se il rito era ancora in latino. I missionari avevano fatto un grande lavoro a convincere la gente ad abbandonare i vestiti di pelle, ma nei villaggi se ne vedevano ancora. Poi c'erano altre pratiche che al momento era difficile accettare per noi. I padri anziani ci consigliavano sempre di essere pazienti, che certe cose le avremmo capite col tempo, e così è stato. La cosa più bella era proprio la gioia della gente nelle cerimonie religiose, e anche fuori quando erano insieme. Ciò che invece mi disturbava più di tutto era vedere tutta quella massa di ragazzi nei villaggi che non andavano a scuola. Le scuole c’erano, ma solo nei luoghi più importanti".

Lei è in Missione da oltre 50 anni. L' Uganda di oggi in cosa è diversa da quella del suo arrivo? Può dire di aver dato una svolta o sente il peso di un lavoro ancora da finire? Quali sono nel presente i problemi più impellenti?
"Sono arrivato in Uganda quando avevo 27 anni. Ora ne ho 86. Ho visto passare otto Presidenti. Ho vissuto giorno dopo giorno le speranze e le delusioni di questo popolo. L'Uganda ha 22 popoli differenti, le cui lingue si studiano anche all'Università e sono parlate almeno dal 95% della gente. La lingua unificatrice è l’Inglese, parlato solo da coloro che vanno a scuola veramente. Ciò significa che quando ci si trova in un dato luogo della regione, si parla sempre la lingua locale. Io ho speso la mia vita tra due popoli e due regioni, nel Sud dell'Uganda: Kigesi e Ankole, presso il popolo dei Bakiga e il popolo dei Banyankole. Anche tra questi popoli c'è differenza, in moltissimi aspetti. Dopo i primi 5 anni passati ad osservare, come ci avevano consigliato i primi Missionari, poi s' incomincia a lavorare, ricordando due parole: Evangelizzazione e Promozione umana. É questa l'attività Missionaria, che si realizza ponendo Cristo al centro della storia e perciò al centro della mia vita e della vita del mio prossimo. Promuovendo l’istruzione, la creazione di strutture sanitarie, la libertà dalle povertà estreme, la creazione di cooperative in agricoltura e nelle piccole attività di commercio. Tutto per il maggior numero possibile di persone".
"Grazie alla collaborazione con gli interessati, e con l'aiuto dei benefattori, possiamo dire che i risultati oggi sono sotto lo sguardo di tutti, e i visitatori italiani che vengono a trovarci sono testimoni di questi felici cambiamenti. Migliaia di aule scolastiche, strutture sanitarie, cooperative finanziarie e agricole sono state create e sono attualmente operative. Certo, si sente il peso di opere non ancora finite e necessarie – che dovrebbero essere completate da un Missionario di 86 anni con non pochi acciacchi. Molte sono state iniziate negli anni ‘90, quando il sindaco Lo Moro e Luigi Pingitore m'invitarono a parlare, e proposi la costruzione di un Ospedale. Ottenni per il momento un aiuto per costruire una Hall, la più grande della Provincia: “Lamezia hall”. Negli anni 2000 con il sindaco Gianni Speranza iniziai la costruzione del “Lamezia Hospital” poi del “Comboni Hospital”, con l'aiuto delle comunità della Diocesi di Lamezia. Tutte queste strutture, già molto efficienti, non sono ancora concluse. A metà febbraio verranno a trovarmi l'ex Sindaco Gianni Speranza e il dottor Alessandro Pingitore, figlio del mai dimenticato senatore, e vedremo quello che si può fare per terminare le opere che hanno il marchio di Lamezia. Io sono ancora qui e non mi muovo fino a quando il lavoro non sarà finito. Ma tutto dipende anche da coloro che stanno leggendo queste parole".
Cosa prova quando ritorna a casa, nel luogo delle sue origini, e quali sono le prime cose che fa quando è qui? Ha in programma di tornare a breve?
"Sono arrivato qui nel 1965 e ritornato in Italia la prima volta nel 1971. Voglio essere sincero: ho sentito dentro di me che non avrei finito la mia vita in Italia. Confesso che ritornando mi sentivo un estraneo, eccetto per le persone che mi sono state sempre tanto care. Ogni tanto comunque sono venuto in Italia per qualche mese. Certamente, ho fatto peccati mortali verso i miei genitori: mi accorgevo di quanto mi volevano vicino, specialmente mia mamma (io sono il primogenito). Ma dopo qualche giorno passato a casa andavo in giro a trovare i miei benefattori e a parlare della mia Missione. Ero in Italia quando è morta mia mamma, ma non nel 1982 quando è morto mio papà. Giorni prima della sua morte, per telefono, m'implorava di andare a vederlo anche per un giorno. Ed io non sono andato. Però quando ancora eravamo in formazione a Verona, i Missionari anziani ce lo dicevano: “quando andate in Africa, tra le altre cose mettete nella vostra valigia la possibilità che i vostri genitori possano morire senza che voi li vediate per l'ultima volta”. Ed è una cosa veramente dolorosa. L'ultima volta sono stato in Italia cinque anni fa. Ho dato l'addio a tutti".
"Ora sono qua. Ho chiesto a Dio di darmi alcuni anni per godere ancora per un po’ l'affetto della nostra gente ugandese, cristiani e non. E desidero che sia questa gente a mettere nella tomba i miei resti mortali, in attesa di incontrarci in un Posto migliore. Sono anche un po' egoista, perché so che alla mia morte faranno una festa che in nessun’altra parte del mondo si potrebbe fare: è il loro modo per onorare i defunti ai quali hanno voluto bene. I miei amici verranno da tutta l'Uganda e prepareranno il pranzo per migliaia di persone, venute a pregare per me. Ci saranno almeno due vescovi, centinaia di preti e un numero straordinario di suore che mi chiamano dicendo “mio Padre”. Il Vescovo vuole che tutti i sacerdoti vengano sepolti nel cimitero della Diocesi, ma io sto cercando di fare pressione perché mi seppelliscano nei pressi della Missione, qui a Kyamuhunga".
Cosa le ha dato di più bello l'Uganda? Se tornasse indietro rifarebbe la scelta di spendere la sua vita lì?
"Il Popolo Ugandese mi ha dato tre cose preziose: mi ha fatto uomo, mi ha fatto cristiano, mi ha fatto Sacerdote. E se qualcuno insiste a chiedermi come ho passato questi anni in Uganda, io rispondo: me la son goduta. In nessuna altra situazione di vita che avrei potuto scegliere avrei ricevuto tanto affetto, o ne avrei potuto donare".
Giulia De Sensi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
