“Reclutato come soldato-bambino in Africa, a Lamezia ho ritrovato la vita”, la storia di un ospite di Luna Rossa

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Lamezia Terme - Lo chiameremo Isak, e diremo che viene dai sobborghi di una grande città della Somalia. In famiglia sono nove, e sua madre è impiegata in una piccola caffetteria. Quanto a dati identificativi, non aspettatevi altro. Perché Isak a volte ha ancora paura. Sorride sempre mentre parla, ma un’ansia lieve gli si legge negli occhi. Oggi ha quasi 18 anni, sua madre non c’è più e lui vive in un posto diverso, a Luna Rossa, il centro per minori non accompagnati di Lamezia Terme, sito all’interno di uno stabile confiscato alla criminalità organizzata e gestito dalla "Progetto Sud" di don Giacomo Panizza. Per lo Stato Italiano è un rifugiato politico, ha tutte le carte in regola per esserlo, ma è un privilegio estremamente pesante per un ragazzo della sua età, più di quanto non si creda. Isak nasce in un paese in guerra. In un paese dove oggi hai un pasto caldo e del pane sotto i denti, e domani non si sa. Dove oggi vai a scuola e magari domani no. Dove oggi hai chi provvede per il tuo sostentamento, ma domani quella persona cara potrebbe non esserci più.

L'incontro con i terroristi: “Uccidere o essere uccisi”

Fin da bambino Isak è abituato all’incertezza, per lui è come l’acqua per un pesce: forse gli basterebbe continuare a respirarla in pace. Almeno, in pace con sé stesso. Ma in Somalia non è possibile neanche questo. Perché esiste un gruppo terroristico estremista, chiamato Al-Shabaab, che ruba l’infanzia ai piccoli somali. È un gruppo che recluta bambini e ragazzi appena adolescenti e li costringe a imbracciare le armi, ad uccidere a comando vittime predestinate. E la pena, per chi si rifiuta, è la morte. “Uccidere o essere uccisi”, dice Isak sgranando gli occhi. Ma ai terroristi la manodopera serve, e cercano inizialmente di convincere le famiglie più povere a cedere i loro figli maschi in cambio di piccole somme di denaro, o con la promessa vaga di un buon lavoro. Alcuni ci credono e cedono. Chi si rifiuta viene prelevato con la forza. “Avevo già perso così mio fratello più grande” dice Isak, che sa di essere il prossimo della lista.

Il viaggio attraverso l'Africa fino all'inferno della Libia

Dopo l’ennesima intimidazione, sua madre, disperata all’idea di perdere anche lui o di vederlo diventare un assassino, lo convince a fuggire. Morirà poco tempo dopo, lasciando il peso della famiglia sulle spalle della sorella maggiore. Ma Isak ormai la sua decisione l’ha presa. Ha chiamato suo cugino, che dopo avergli promesso di aiutarlo, lo ha venduto ai trafficanti che gestiscono i viaggi dei migranti fino alla Libia. Isak credeva di essere scampato all’inferno, ma ora scopre che l’inferno comincia qui. Viene stipato nel cofano di un’auto insieme ad altri sconosciuti e attraversa così Etiopia, Eritrea, Sudan e Ciad, fino alla Libia, viaggiando lungo strade secondarie e dissestate, battute dal traffico per eludere i controlli della polizia. “Venivamo picchiati se rifiutavamo di risalire in macchina. Solo la traversata del deserto è durata due giorni” dice. “Rimanevamo anche 10 ore di fila senza bere o mangiare o andare in bagno, senza poterci difendere dal caldo o dal freddo”. Solo sopravvivere a questo sembra sia stata una fortuna, visto che il Sahara viene abitualmente attraversato dai trafficanti in pick-up, a gran velocità, e se qualcuno dei migranti cade dal retro non viene raccolto. Ma il peggio, ancora una volta, era di là da venire. In Libia Isak, ancora minorenne, viene imprigionato e torturato per circa due anni. “Dapprima siamo stati feriti alle gambe con dei manganelli, soprattutto alle giunture, per evitare che potessimo fuggire. Poi ci veniva chiesto se avevamo una famiglia che potesse pagare il riscatto. Non era il mio caso. Ma provavano comunque a farci telefonare, e ci colpivano per far sentire dall’altra parte le nostre urla, poi ci ferivano a sangue e mandavano ai parenti le foto dei nostri corpi martoriati per spingerli a pagare”.

La prigionia, le sevizie, la tubercolosi

Dopo circa un anno, Isak viene considerato dai suoi aguzzini un acquisto poco fruttuoso, e ceduto ad una seconda prigione più dura, dove viene rinchiuso in una cella con due palmi d’acqua sul pavimento e torturato con le scariche elettriche. Se nella prima si mangiava solo due volte al giorno pasta in bianco, qui si mangia una volta sola. Isak si ammala, ha la febbre alta: è tubercolosi. Pensano stia per morire e viene trasferito di nuovo, per essere poi abbandonato in mezzo alla strada al suo destino. Ma Isak è giovane, riesce ad alzarsi, a cercare aiuto. Un sudanese lo rifocilla, gli offre dei vestiti, cibo, farmaci e la possibilità di lavarsi. Quando è in condizioni migliori gli paga un taxi per Tripoli, dove trova un gruppo di somali che sta per imbarcarsi. Isak non ha i soldi, ma i suoi connazionali decidono di mettere insieme quello che hanno e di pagare anche per lui. Forse è inutile dirlo, ma adesso non ha certo paura del mare: ora come ora, nemmeno ci riesce ad avere paura.

La traversata verso l'Italia: “Il mio sogno è studiare"

Sul barcone sono in 106. Una decina sono donne, di cui una incinta e due sono bambini: la priorità per bere e per mangiare è per i deboli, come sempre. Vengono salvati dopo circa due giorni di navigazione da una Ong, ma fino alla fine la paura che si tratti di una nave libica non li abbandona. Siamo in piena pandemia, e Isak deve restare su una nave-quarantena per venti giorni. Ha dentro ancora il terrore di restare rinchiuso, e al quindicesimo scappa. Viene ripreso, e dopo un breve soggiorno a Catania arriva a Luna Rossa. Oggi Isak è quasi felice. La tubercolosi contratta in Libia gli ha lasciato un polmone completamente fuori uso, e ha rischiato di danneggiargli il cuore. Ha trascorso un mese intero ricoverato in ospedale appena è arrivato qui, e due mesi di drenaggio. Ma ora gioca a calcio e sta facendo tirocinio formativo in un’azienda: vorrebbe restare qui per sempre. “Il mio sogno è di studiare e lavorare in Italia”, dice candidamente, e quando gli chiedo se gli capita di pensare al passato mi risponde sorridendo: “Se ora non fossi qui, sono certo che ci penserei”.

Giulia De Sensi

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