
Lamezia Terme - “È in gioco la Costituzione perché questa riforma Meloni-Nordio tocca uno dei principi fondamentali sul quale è basata la nostra democrazia che è la separazione dei poteri, toccando il Consiglio superiore della magistratura in maniera pesante privandolo delle funzioni disciplinari per i magistrati e separando le carriere, soprattutto affidando al sorteggio l'indicazione dei magistrati per i Csm. Significa di fatto aprire la strada, e sono le dichiarazioni del centrodestra che ce lo dimostrano in ogni momento, al controllo della magistratura da parte del potere esecutivo. Questo significa che i magistrati saranno meno forti per difendere i diritti e le libertà di noi cittadini; saranno sicuramente più deboli di fronte al potere dell'esecutivo e ai tanti poteri che sono presenti nella società". Lo ha detto, Rosy Bindi, componente del direttivo nazionale del Comitato per il No, più volte ministro ed esponente di spicco del Partito democratico, intervenendo ad un incontro pubblico dedicato alle ragioni del No al referendum costituzionale svoltosi al Chiostro San Domenico, in una sala affollatissima con parte del pubblico anche nei corridoi e accolta calorosamente da un lungo applauso. In apertura è stato Mario De Grazia del Comitato per il No a presentarla, ripercorrendo in breve la carriera della Bindi. Già ministro della Sanità, poi delle Politiche per la famiglia. Vicepresidente della Camera dei deputati, presidente del Partito democratico; presidente della Commissione parlamentare antimafia e parlamentare europea.
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"Le democrazie - ha proseguito l’esponente Dem - si caratterizzano perché l'esercizio del potere si svolge secondo la legge, le Costituzioni e l'ordinamento internazionale. Così va esercitato il potere laddove tutti coloro che sono chiamati a controllarlo non possono più farlo con libertà autonomia e indipendenza, chiaramente la democrazia è a rischio”. Quindi, dalla Bindi, tra le altre considerazioni, riferimento al fatto che la riforma prevede di cambiare 7 articoli della Costituzione solo per 30 magistrati che cambiano funzione, ovvero lo 0,4 per cento. “Quello è il pretesto - ha detto - un pretesto che però comunque contiene qualcosa a mio avviso di pericoloso perché si rompe l'unità della giurisdizione. E, al contrario di quello che dicono loro, la terzietà del giudice non sta nell'avere un avvocato dell'accusa e un avvocato della difesa, sta nell'avere dalla parte dell'inquirente un altro magistrato e non un avvocato dell'accusa, il cui compito è quello di accertare la verità non è quello di collezionare condanne che loro vorrebbero. È tutto qua, e poi la propaganda con la quale stanno stressando il Paese citando singoli casi che non c'entrano nulla. Io non capisco questo accanimento nei confronti di una persona e una funzione alla quale è affidata una dei compiti più delicati per la vita delle persone alla quale tutti dovrebbero concorrere per l'amministrazione della giustizia, non confliggere. La magistratura non deve essere un corpo separato ma, come ha detto il Presidente della Repubblica, tutti devono collaborare per fare giustizia in un Paese, e invece il ministro e il governo dovrebbero offrire piante organiche adeguate informatizzazioni e il Parlamento buone leggi. Ci troviamo di fronte invece al tentativo di togliere la caratteristica tipica della magistratura che è l'autonomia e l’indipendenza”.

Sulle dichiarazioni del capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolazzi e sui magistrati definiti “un plotone di esecuzione”, la Bindi non ha usato mezzi termini. “Non possiamo soprassedere perché è stata un'affermazione molto grave che tradisce le loro vere intenzioni. Un plotone di esecuzione per la capo di gabinetto alla Giustizia? Una riforma di cui dovrebbero avvantaggiarsi le opposizioni quando saranno al governo? La magistratura non deve più controllare la polizia giudiziaria? Queste sono tutte dichiarazioni che tradiscono le loro vere intenzioni che sono quelle di mettere la magistratura sotto il potere esecutivo e di renderla debole rispetto ai poteri della società. E poi ancora sulle correnti. Sono 2000 i magistrati iscritti alle varie correnti su 9000 in totale. Anche questo un tema dibattuto.
"Sì - ha sottolineato al Bindi - a parte conoscere l'orientamento dei magistrati, è difficile pensare che la pensino tutti nello stesso modo e conoscere le varie, e i vari orientamenti per cui amministrare la giustizia è un interesse dei cittadini. Ho sentito dire dal sottosegretario Mantovano l'altra sera che 2000 condizionerebbero in virtù delle correnti tutti gli altri, ma questo strano rapporto tra i numeri mi pare che sia n'altra di quelle bizzarrie di questa loro campagna".
Prima dell'intervento della Bindi, l'onorevole Doris Lo Moro ha ribadito le ragioni del no al referendum, con molti riferimenti significativi. "Vogliono - ha detto tra le altre considerazioni, e riferendosi ai sostenitori del Si - una giustizia che non funzioni verso i potenti, per questo il referendum è politico. L'argomento non è tecnico. Io sono andata in carcere ho trovato povere donne e poveri uomini, relitti umani abbandonati lì, che uno si chiede se sono veramente pericolosi, ed evidentemente lo sono, visto che sono detenuti. Ma in carcere non vedi i potenti. I potenti dell'abuso d'ufficio prescritto, i potenti della corruzione, i potenti della concussione, quelli non li trovi in carcere perché quelli sono protetti dal sistema. E allora si capisce che questa riforma non riguarda solo la magistratura. Questa riforma riguarda i nostri diritti, riguarda la nostra democrazia, il contesto sociale in cui siamo chiamati a vivere".
A.C.

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