
Roma - Si è avvalso della facoltà di non rispondere l'ex ministro Claudio Scajola nell'interrogatorio di garanzia nel carcere di Regina Coeli. "Voleva rispondere ma gli abbiamo consigliato di non farlo: vogliamo prima parlare con lui e studiare le carte", dice l'avvocato Giorgio Perroni. "Abbiamo concordato un appuntamento con il pm per mercoledì o giovedì prossimi -ha aggiunto l'avvocato Giorgio Perroni- vogliamo parlare con lui e studiare bene le carte”.
"Abbiamo concordato un appuntamento con il pm per mercoledì o giovedì prossimi - ha aggiunto l'avvocato Perroni - vogliamo parlare con lui e studiare bene le carte". L'avvocato Perroni ha aggiunto che Scajola "voleva rispondere ma noi gli abbiamo consigliato di non farlo oggi: è sereno, tranquillo, convinto di poter spiegare i fatti”.
Legale Scajola: “Esito negativo perquisizione casa”
"La perquisizione nella casa di Scajola a Roma, l'unica a cui abbia assistito, ha dato esito negativo". Lo ha detto rispondendo a una domanda dei cronisti davanti al carcere di Regina Coeli Elisabetta Busuito, uno dei legali dell'ex ministro Claudio Scajola, al termine dell'interrogatorio di garanzia. Gli avvocati dell'ex ministro, arrestato con l'accusa di aver favorito la latitanza dell'ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, chiederanno al Gip di revocare il divieto di incontrare il proprio assistito. "La norma permette al Gip di differire l'incontro con i legali. Speriamo che ce lo conceda e di poterlo vedere martedì o mercoledì prossimi - ha detto l'altro legale, Giorgio Perroni -, così da sostenere un interrogatorio più completo con i pubblici ministeri giovedì o venerdì per spiegare tutti i fatti". All'interrogatorio di garanzia erano presenti il Gip di Roma Pierluigi Balestrieri - per rogatoria del Gip di Reggio Calabria che ha firmato l'ordinanza d'arresto - e il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia (Dna) Francesco Curcio.
Dalle perquisizioni effettuate nell'inchiesta su Claudio Scajola è emerso un documento "decisivo" per confermare le accuse all'ex ministro. E' quanto si è appreso da fonti vicine all'inchiesta. Si tratta di un foglio scritto in lingua straniera sequestrato a Genova e nella disponibilità dell'ex ministro. Da una prima lettura confermerebbe l'impegno di Scajola per favorire la latitanza di Matacena, ma gli investigatori intendono esaminarlo attentamente per accertare se è veramente quello che sembra.
Dda ricorre contro no gip a aggravante mafia
La Dda di Reggio Calabria ha già predisposto il ricorso da presentare al tribunale del riesame contro la decisione del gip di rigettare, nell'ordinanza di custodia cautelare a carico di Claudio Scajola e delle altre persone arrestate, l'aggravante dell'art. 7 per avere, gli indagati, favorito un'associazione mafiosa. Gli arrestati infatti sono accusati, a vario titolo, di avere favorito la latitanza dell'ex deputato Amedeo Matacena e di avere messo in atto una serie di comportamenti volti a mascherare la effettiva titolarità di alcune società facenti capo a Matacena. Così facendo, per gli inquirenti, gli indagati hanno agevolato la 'ndrangheta dal momento la stessa organizzazione criminale, è "interessata a mantenere inalterata la piena operatività di Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile utilizzata per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali ed imprenditoriali dello stesso garantite a livello regionale, nazionale ed internazionale". Questo passaggio è contenuto nel decreto di perquisizione emesso dalla Dda contestualmente alla notifica delle ordinanze di custodia cautelare. E in quel decreto i magistrati ipotizzano nei confronti degli indagati (oltre agli otto in stato di arresto anche per Vincenzo Speziali, nipote omonimo dell'ex senatore del Pdl) i reati di associazione a delinquere ed associazione mafiosa. Gli inquirenti ipotizzano che le società di Matacena siano state utilizzate dalla 'ndrangheta per arrivare nei salotti dell'alta finanza. Da qui l'interesse delle cosche alla salvaguardia delle stesse società. Un interesse che sarebbe stato veicolato da quella 'ndrangheta "invisibile" che per la Dda reggina sovrintende a quella "visibile" composta da boss e gregari. Gli indagati, secondo l'ipotesi dell'accusa facevano parte "di un'associazione per delinquere segreta", ma non alla 'ndrangheta "invisibile", comunque "collegata alla 'ndrangheta dal rapporto di interrelazione biunivoca al fine di estendere le potenzialità operative del sodalizio mafioso in campo nazionale ed internazionale". Qualora il Tribunale del riesame dovesse confermare la decisione del gip, la Dda intende ricorrere in Cassazione.
Scajola usava codice al telefono, latitante era 'Mamma'
Linguaggio in codice, mezze frasi, riferimenti mai esplici. Sono questi gli elementi che emergono dalle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche riportate nell'ordinanza di custodia cautelare del giudice di Reggio Calabria che ha portato in carcere l'ex ministro Claudio Scajola, coinvolto nell'inchiesta sul favoreggiamento della latitanza di Matacena e l'ipotesi di spostamenti dagli Emirati Arabi al Libano. Le decine di conversazioni telefoniche che hanno un maggiore valore per l'inchiesta sono quelle tra Scajola e la moglie di Matacena, Chiara Rizzo. I due temendo eventuali intercettazioni, utilizzano un linguaggio in codice e mezze frasi, ed indicano Amedeo Matacena come 'La mamma'. I contatti tra Rizzo e Scajola sono costanti, con una sola interruzione dal 9 al 16 agosto, periodo in cui la "Rizzo - afferma il Gip di Reggio Calabria - si reca in vacanza, per riprendere subito dopo con l'interesse di sempre per Matacena di cui si parla in modo mascherato (C. La mamma, è tranquillo?)". Il linguaggio cifrato non ha però impedito agli uomini della Dia di Reggio Calabria di ricostruire tutti i preparativi che venivano fatti, tanto che il giudice per le indagini preliminari, Olga Tarzia, ritiene che sia stato proprio Scajola ad essere in pole position nell'impegno per "individuare uno Stato estero (nella fattispecie il Libano, ndr) che evitasse per quanto possibile l'estradizione di Amedeo Matacena o la rendesse quanto meno molto difficile e laboriosa". I primi impegni diretti di Scajola per perorare la causa di Matacena, secondo l'accusa, risalgono al 2 agosto 2013 quando l'ex ministro, parlando con Chiara Rizzo, fa riferimento ad un "argomento riservato". Nella stessa conversazione, secondo il giudice, compaiono i "primi riferimenti" dell'esponente politico in "favore di Matacena". La necessità di spostare l'ex deputato dagli Emirati Arabi al Libano era generata dal timore che il 20 febbraio 2014 fosse "emessa la sentenza - sostiene il Gip di Reggio Calabria - nel procedimento pendente a Dubai, cui sarebbe potuta conseguire l'espulsione da quel Paese, con il rischio di essere tratto in arresto e trasferito in Italia per scontare la pena". Ma a tranquillizzare Chiara Rizzo è proprio Scajola il quale, nell'ennesima conversazione telefonica, le riferisce che "per laggiù credo di fare... di dire delle cose interessanti, che ti dirò lunedì perchè mi ha chiamato di nuovo oggi...perchè quello lì è un mio ex collega Ministro di là, punto!". Dalle oltre duecento pagine dell'ordinanza di custodia cautelare emerge anche il ruolo avuto da Roberta Sacco, segretaria di Scajola, la quale era "perfettamente a conoscenza degli affari comuni - scrive il giudice - tra Scajola e Rizzo, e spesso era chiamata a supportare con consigli appropriati la moglie di Matacena".
Atti sequestrati a metà settimana a Dda
Arriveranno non prima di martedì o mercoledì prossimo atti, documenti, pc e materiale informatico sequestrato dalla Dia nel corso delle perquisizioni fatte nell'ambito dell'inchiesta che ha portato all'arresto dell'ex ministro Claudio Scajola e di altre sette persone accusate di avere favorito la latitanza dell'ex deputato di Fi Amedeo Matacena. Tra le carte vi è anche una lettera che, secondo gli investigatori, potrebbe costituire un elemento "decisivo" per confermare le accuse a Scajola. Si tratta di una lettera scritta al computer in francese con una sigla che secondo gli investigatori potrebbe essere quella dell'ex presidente libanese Amin Gemayel indirizzata al "mio caro Claudio". Nella lettera si legge che "la persona potrà beneficiare in maniera riservata della stessa posizione di cui gode attualmente a Dubai" e "avrà un documento di identità". Nella lettera si dice anche che "troveremo un modo per per fare uscire la persona dagli Emirati Arabi e farlo arrivare in Libano". Un riferimento chiaro, per l'accusa, ad Amedeo Matacena, che si trova attualmente a Dubai.
Nelle conversazioni tra Claudio Scajola e Chiara Rizzo spesso si indicava il figlio di Matacena, ma in realtà ci si riferiva all'imprenditore latitante. E' quanto rileva il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Reggio Calabria, Olga Tarzia, che ha emesso l'ordinanza nei confronti di Scajola ed altre sette persone per il favoreggiamento della latitanza di Amedeo Matacena. "E' possibile rilevare - scrive il giudice - che le conversazioni tra Claudio Scajola e Chiara Rizzo spesso sono schermate, allusive ed indirette, nel tentativo di non fare comprendere, nell'ipotesi di 'intrusione', il soggetto cui si riferiscono nei loro dialoghi, alludendo ad esempio in un caso al figlio della Rizzo, ma in realtà riferendosi ad Amedeo Matacena".
Anche i nuovi strumenti di comunicazione come Viber e Skype sono stati utilizzati da Claudio Scajola e Chiara Rizzo in occasione dei loro numerosi contatti allo scopo di evitare di essere intercettati. A rilevarlo è il giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, Olga Tarzia. Oltre a quelle intercettate ci sono "altre conversazioni - è scritto nell'ordinanza - che sono parziali e conseguono a pregresse conversazioni e/o interlocuzioni che i due hanno avuto attraverso l'utilizzo di altri sistemi di comunicazione, tipo Viber o Skype, non intercettate".
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