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Reggio Calabria - Sono estese in tutt'Italia le ricerche dei componenti del commando che ha fatto evadere l'ergastolano Domenico Cutrì, 32 anni, mentre suo fratello, Antonino, 30 anni, è morto in ospedale a causa delle ferite riportate nello scontro a fuoco con gli agenti della Polizia penitenziaria che scortavano Domenico per un processo. Domenico Cutrì è stato condannato in appello per l'uccisione di un polacco di 22 anni nel 2006 a Trecate in provincia di Novara. Oltre all'evaso, carabinieri e polizia cercano altri due o tre uomini che sono entrati in azione poco prima delle 15:00 di ieri. Erano arrivati a bordo di due auto, una delle quali è stata trovata vicino al tribunale. A bordo c'erano anche delle armi. Ieri sera si era diffusa la notizia che un terzo fratello Cutrì si era costituito in ospedale con una ferita a un piede ma la circostanza è stata smentita dagli investigatori.

Trovata auto usata per la fuga

La Citroen C3 nera usata dai malviventi è stata ritrovata dai carabinieri in un parcheggio vicino all'ospedale di Magenta. Ospedale dove ieri è morto il fratello dell'evaso, Antonino. L'auto è risultata rubata. La madre di Domenico Cutrì è stata interrogata a lungo dai carabinieri per ricostruire nei dettagli la vicenda. La donna non è indagata. Secondo la prima ricostruzione, ieri i banditi a bordo della Citroen C3 hanno accompagnato all'ospedale di Magenta la donna e il figlio Antonino, colpito da un proiettile durante l'assalto e morto in seguito alla ferita. I malviventi hanno poi abbandonato l'utilitaria in un vicino parcheggio e sono fuggiti, probabilmente a bordo di un'altro automezzo rubato. Proseguono in tutta Italia le ricerche dell'evaso e dei complici, sono stati allestiti posti di blocco anche al confine con la Svizzera.

Madre: "Farlo fuggire era ossessione di Antonino"

Per Antonino Cutrì, l'uomo ucciso mentre faceva evadere il fratello Domenico, far evadere il fratello era diventata una ossessione. Lo ha detto la madre dei due, sentita dagli investigatori. Antonino, secondo la donna, aveva manifestato più volte l'intenzione di far evadere il fratello, tant'è vero che l'uomo era stato trasferito dal carcere di Saluzzo a quello di Cuneo. Antonino, secondo la madre, per portare a termine il progetto aveva addirittura preso lezioni per pilotare un elicottero.

E' stato un uomo che non conosce a suonare, ieri pomeriggio, al citofono dei fratelli Domenico e Antonino Cutrì per avvertirla che Antonino, che poi sarebbe morto in ospedale, era stato ferito a colpi d'arma da fuoco. L'uomo, secondo la testimonianza della donna, a proposito della quale inquirenti e investigatori nutrono molti dubbi, avrebbe suonato al citofono dicendo: ''Scenda che suo figlio sta male''. La donna, senza prendere la borsa, indossando ancora le ciabatte di casa, avrebbe trovato il figlio sul sedile anteriore mentre l'uomo sedeva su quelli posteriori. Si sarebbe messa alla guida e, prima di arrivare all'ospedale di Magenta, lo sconosciuto le avrebbe detto di fermarsi e sarebbe sceso dall' auto. La madre dei Cutrì sarebbe quindi entrata a bordo dell'auto nel pronto soccorso. Una circostanza che stride, dal momento che la vettura è stata trovata dai carabinieri fuori dall'ospedale, anche se a poca distanza. Nelle ultime ore sono stati sentiti un po' tutti i familiari dal pm Raffaella Zappatini, titolare dell'indagine. La madre dei Cutrì avrebbe raccontato che il terzo fratello, Daniele, sarebbe partito domenica sera per Napoli per una gita con un amico. Nella serata di ieri era circolata la notizia, poi smentita, che il terzo fratello Cutrì si era costituito in ospedale perché ferito a un piede.

Sotto choc paese della famiglia Cutrì

Le porte dell' appartamento dove vive la famiglia Cutrì restano chiuse e, tra i vicini di casa, in pochi hanno voglia di parlare. E' accompagnato da una triste fama il nome della famiglia di origini calabresi che da oltre vent'anni vive a Inveruno, paese di poco più di ottomila abitanti nell'hinterland milanese. Una fama dovuta all'omicidio per il quale è stato condannato all'ergastolo Domenico Cutrì, 32 anni. Il terzo fratello, Daniele, è tuttora irreperibile, e potrebbe aver fatto parte del commando che ha liberato l'ergastolano. ''Mi dispiace per quello che è successo - racconta un vicino - li conoscevo di vista ma non era una famiglia con la quale abbiamo molti rapporti. Spero che Domenico si costituisca''. Nei bar e per le strade, oggi, l'episodio che ha legato il nome di un tranquillo centro dell'Altomilanese a un'evasione da film e a scene da far west è sulla bocca di tutti. Il paese è sotto choc per l'accaduto. Alcuni, a Inveruno, ricordano episodi che fanno emergere il ritratto di persone abituate alla violenza. Diversi anni fa, raccontano, vicino all'oratorio uno dei fratelli Cutrì ancora adolescente è stato minacciato da un rivale armato di pistola. Negli anni la triste fama è cresciuta e anche Antonino, morto nella sparatoria, aveva accumulato precedenti penali per reati come il possesso di armi e droga. Fino a quando, il 14 giugno 2006, a soli 24 anni, Domenico fece uccidere a colpi di pistola un rivale in amore, il polacco Luckasz Kobreniecki, e diede il via a una latitanza che si è conclusa nel 2009 con l'arresto e, infine, la condanna confermata in secondo grado. Il piano per far evadere Domenico potrebbe essere stato architettato proprio nell'appartamento di un condominio in via Leopardi dove vive la famiglia - oltre ai fratelli, una sorella e i genitori - in una zona residenziale del paese, vicino al centro sportivo. ''Siamo tutti colpiti - spiega il sindaco di Inveruno, Maria Grazia Crotti - e non mi fa piacere che il nome del nostro Comune venga associato a questo grave episodio. I fratelli hanno fatto le scuole a Inveruno, da piccoli frequentavano l'oratorio - racconta - poi purtroppo hanno preso una brutta strada. Non mi risulta che fossero seguiti dai servizi sociali. E' una famiglia che conduceva una vita piuttosto isolata dalla comunità''.

REAZIONI

Renzi su twitter:  “Tecnologia e giustizia perché aspettare ancora?”

“Mi ha colpito analisi del procuratore Gratteri. Con la videoconferenza avremmo evitato assalto, morti, evasione - commenta Matteo Renzi riferendosi alle parole del procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri”. Secondo Gratteri se ci fosse stata la “videoconferenza per i detenuti di alta sicurezza” non ci sarebbe stata l'evasione di Antonino Cutrì.

Berretta: "Pensare di far interventi in videoconferenza i detenuti"

"Prevedere la possibilità di far intervenire in videoconferenza i detenuti, specie quelli pericolosi". E' l'auspicio espresso dal sottosegretario alla Giustizia Giuseppe Berretta sul caso dell'evasione del detenuto Domenico Cutrì. "La commissione presieduta da Glauco Giostra in tema di ordinamento penitenziario e misure alternative alla detenzione - aggiunge il sottosegretario - ha affrontato il problema proponendo di estendere l'utilizzo del collegamento audiovisivo nell'intento di conseguire cospicue economie di tempo e di risorse, cercando di evitare restrizioni dei diritti dei detenuti". "La norma attuale - ricorda Berretta - prevede che per alcuni reati molto gravi sia prevista questa possibilità, sono convinto, e in questo condivido l'opinione del segretario del Pd Matteo Renzi, dell'esigenza di ampliare l'uso della videoconferenza". "In particolare penso che la possibilità dell'intervento in videoconferenza - sottolinea il sottosegretario - vada esteso anche per i detenuti per reati gravi che debbano rispondere anche per altri reati: come accaduto per il caso Cutrì". "L'utilizzo delle nuove tecnologie, sia in campo penale sia in campo civile - conclude Berretta - è tra le priorità del Governo che sta puntando concretamente sull'ammodernamento della Giustizia".

Fns Cisl: "Pesa carenza organici penitenziaria"

"L'episodio dell'evasione di Gallarate ripropone in tutta la sua drammaticità il problema della cronica carenza del personale nella Polizia penitenziaria ed in particolare in quello impiegato nel servizio di Traduzione e Piantonamento". E' quanto dichiarato dal segretario generale della Fns Cisl, Pompeo Mannone, in riferimento al gravissimo episodio accaduto presso il Tribunale di Gallarate. Un compito, quello del servizio traduzione, continua Mannone, "che prima del passaggio alla Polizia Penitenziaria, avvenuto ormai 25 anni fa, veniva svolto dall'Arma dei carabinieri impiegando ben 10.000 unità. Ebbene, nulla è stato fatto per incrementare la dotazione organica di questo personale che opera in estenuanti, ripetuti e prolungati turni di servizio che vanno oltre il normale orario di lavoro, provocando un enorme stress psico-fisico e quindi, nei fatti, impedendo il recupero delle forze di tutto il personale impiegato". "Per non parlare poi - osserva la Cisl - delle condizioni in cui versa il parco automezzi: mezzi obsoleti, vetusti con centinaia di migliaia di chilometri percorsi, senza potere ottenere, data la carenza di fondi, l'ordinaria manutenzione e revisione, con conseguente diminuzione degli ordinari standard di sicurezza sia per il personale operante, che per la stessa utenza detentiva". "Ci sentiamo vicino a questi colleghi - conclude Mannone - e con loro chiediamo al Ministro della Giustizia di farsi promotore di ogni intervento teso ad integrare l'organico di personale penitenziario ed a migliorare le condizioni del parco automezzi necessario allo svolgimento in sicurezza del servizio di traduzione e piantonamenti".

 

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