
Catanzaro - Si è concluso con una condanna confermata ed una ribaltata in assoluzione il processo d'appello a carico di Cosimo Berlingieri e Gianluca Passalacqua, catanzaresi di etnia rom, di 44 e 23 anni, imputati per l'omicidio pluriaggravato del giovane universitario di 24 anni Massimiliano Citriniti, ucciso a coltellate il 22 febbraio del 2009 all'esterno di un centro commerciale a Catanzaro. La Corte d' assise d'appello ha assolto "per non aver commesso il fatto" Passalacqua, già condannato con la sentenza di primo grado a 10 anni di reclusione, mentre ha lasciato immutata la condanna di Berlingieri a 21 anni e 3 mesi di reclusione (i difensori degli imputati sono Salvatore Staiano, Gregorio Viscomi, e Nicola Tavano). Il sostituto procuratore generale di Catanzaro, Marisa Manzini, aveva chiesto di confermare entrambe le condanne di primo grado.
Il primo processo per i due imputati terminò il 15 marzo del 2012, quando i due furono anche condannati a risarcire alle parti civili i danni da liquidarsi in altra sede, corrispondendo intanto provvisionali da 100.000 euro ciascuno alla madre ed al padre della vittima, e da 50.000 euro al fratello di Massimiliano. Secondo quanto sostenuto dalla pubblica accusa, Citriniti sarebbe stato ammazzato a seguito di un banale scherzo fatto con della schiuma spruzzata in faccia ad un minorenne rom, che avrebbe dato vita ad una lite iniziata dentro al centro commerciale, e ripresa all' esterno più tardi, dove il 24enne é stato ucciso, sempre secondo le accuse, dopo essere stato bloccato da diverse persone che lo hanno aggredito. Tra queste persone, secondo la Procura, ci sarebbero stati Berlingieri e Passalacqua. A poche ore dal delitto le indagini condussero i poliziotti della Squadra mobile proprio a casa di Cosimo Berlingieri, dove la moglie di quest'ultimo affidò loro il figlio minorenne, ammettendo subito che era stato coinvolto nello scontro avvenuto alle "Fornaci". Il diciassettenne, che é anche cognato di Passalacqua, è stato giudicato secondo il rito per i minorenni e condannato in primo grado a 14 anni e 15 giorni di galera, poi scontati a 10 anni dalla Corte d'appello con una sentenza infine confermata dalla Cassazione il 19 ottobre 2011.
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