
Lamezia Terme – Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Giuseppe Roberto Vergori, padre della giovane Antonella Vergori che morì a diciannove anni una sera d’agosto del 2008 dopo aver mangiato una granita sul lungomare di Nocera Terinese. Ci fu un processo per stabilire se si fece tutto il possibile per salvare la giovane vita. Al centro dell’accusa i soccorsi ed il defibrillatore non funzionante in dotazione all’ambulanza accorsa sul posto quella sera d’estate. Dopo due gradi di giudizio i medici sono stati assolti. Di seguito pubblichiamo quindi la lettera del padre di Antonella.
“Questa lettera ha l' intento di narrare una storia di malasanità terminata, purtroppo, in un caso di giustizia negata. Tutto ebbe tragicamente inizio l' otto agosto 2008 quando Antonella Vergori - mia figlia - passeggiava spensierata sul lungomare di Nocera Terinese gustando una granita al latte di mandorla. Mi precedeva di qualche metro, quando ad un tratto la vedevo barcollare e poi cadere priva di sensi. Chiamavo l'ambulanza, gli infermieri tentavano invano di rianimarla, prendevano il defribrillatore, ma qualcosa non andava: me ne accorgevo anche io nella mia disperazione.
Nel defribrillatore non c'erano le batterie funzionanti ( nella scheda di intervento compilata dal SUEM si legge che “il defibrillatore non ha funzionato immediatamente perché non caricava”). Era questo che non andava! E allora la corsa verso l'ospedale ed il terribile verdetto Antonella: Antonella non c’è più.. E’ questa ora la realtà con cui devo confrontarmi ogni giorno. Inizia un lungo e doloroso processo, che vede imputati a vario titolo medici ed infermieri che intervennero quella sera. In data 5 novembre 2012 all’udienza preliminare avanti il GUP di Lamezia Terme il processo originario si sdoppia in due autonomi procedimenti. Uno che vede il rinvio a giudizio di otto imputati ed uno che prosegue con il rito abbreviato per altri sette. Tale ultimo processo si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati e con l’impugnazione di tale sentenza da parte del Procuratore di Lamezia Terme. Ciò che vorrei emergesse sono le risultanze processuali che avrebbero dovuto condurre a ben altra soluzione.
La perizia posta in essere sul defribrillatore chiarisce che le batterie di tale macchinario non possono essere semplicemente ricaricate ma vanno sostituite ex novo. Ma soprattutto quella perizia mi dice chiaramente che se quel defribrillatore fosse stato perfettamente funzionante (come si deve pretendere sia un salvavita) mia figlia avrebbe avuto il 60% di possibilità di salvarsi. E questo non è poco , questo non è facile da accettare . E’ uno stillicidio da genitore assistere a tutte le udienze, rivivere quei momenti , ma io sono sempre là , lo faccio per Antonella. Finalmente anche il processo d’appello arriva alle battute finali, il Pubblico Ministero al termine della sua requisitoria infrangendo ogni mia speranza chiede l'assoluzione per tutti gli imputati. Non so descrivere lo smarrimento che ho provato a quel punto ma ero fiducioso nei Giudici, mi continuavano a tornare alla mente quelle righe della perizia nella quale era messo nero su bianco che mia figlia era morta per una mancata manutenzione del defribrillatore, mi continuava a balzare davanti agli occhi quel 60% di possibilità di vita e allora mi sono tranquillizzato.
Ed ecco finalmente la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro che potrebbe rendere un po' di giustizia ad Antonella ed un po’ di pace a noi ed invece sento ciò che mai avrei voluto sentire: assoluzione per tutti. Ed io ora sono qui a domandarmi se è giusto che non vi sia alcun colpevole, se è normale che quell' ambulanza che poteva e doveva salvare mia figlia trasportasse un defribrillatore completamente inutile, se si può morire a 19 anni perchè mancano delle stupide batterie. E, ancora, mi chiedo se è giustizia assolvere chi non si è occupato della manutenzione del defribrillatore, chi non ha verificato lo stato delle batterie, chi doveva fare - banalmente- il suo dovere e non l'ha fatto”.
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