
Messina - In Sicilia e Calabria i carabinieri del Comando provinciale di Messina stanno dando esecuzione a misure cautelari emesse, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, nei confronti di 86 persone accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, scambio elettorale politico mafioso, trasferimento fraudolento di valori, detenzione e porto illegale di armi, incendio, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, con l'aggravante del metodo mafioso.
Il blitz è il risultato di una attività investigativa - condotta dal 2018 ad oggi e coordinata dalla Procura Distrettuale di Messina - sulla famiglia mafiosa dei "barcellonesi", storicamente radicata nel comune di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), capace di esercitare un costante tentativo di infiltrazione in attività imprenditoriali ed economia lecita, sia nel settore della commercializzazione di prodotti ortofrutticoli (attraverso l'acquisizione di imprese intestate a prestanomi o imponendo, con metodo mafioso, la fornitura dei prodotti), sia nel business dei locali notturni del litorale tirrenico. Il clan imponeva alle discoteche, con la violenza e le intimidazioni, i servizi di sicurezza e interveniva per condizionare i titolari dei locali nella gestione delle loro attività. L'inchiesta ha confermato, inoltre, quanto sia ancora forte la pressione del racket su imprenditori e commercianti e l'interesse della cosca per lo storico business della droga.
La droga arrivava dal reggino
"Il gruppo di Barcellona si è interfacciato con gruppi criminali calabresi storicamente operanti nel settore del narcotraffico, quali quello dei Nirta-Strangio e Giorgi di San Luca nonché quello degli Alvaro di Sinopoli, a chiara dimostrazione della capacità del sodalizio di relazionarsi con fornitori che operano in maniera monopolistica nella gestione del traffico degli stupefacenti". Lo scrive il giudice per le indagini preliminari Ornella Pastore che ha firmato una delle tre ordinanze di custodia cautelare emesse oggi su richiesta della Dda di Messina contro la cosca dei "barcellonesi" operante sul versante tirrenico della provincia peloritana. Tra gli arrestati in carcere ci sono anche alcuni reggini come Antonino Falcone, originario di Scilla, accusato di traffico di droga. A lui Ottavio Imbesi, esponente di spicco della cosca di Barcellona Pozzo di Gotto, deceduto nel marzo 2021, raccontò "di aver avviato anche degli accordi di massima in carcere durante una comune detenzione" con esponenti della cosca Alvaro. Fondamentali per i carabinieri che hanno condotto le indagini si sono rivelate le intercettazioni telefoniche e ambientali grazie alle quali i pm hanno documentato come la cosca di Barcellona Pozzo di Gotto sia stata in grado di "rivolgersi a vari trafficanti operanti sia nel catanese che in Calabria".
Nell'ordinanza di custodia cautelare si fa riferimento anche ad alcuni personaggi residenti nella zona nord Reggio. In particolare si fa riferimento a un "commerciante di frutta" in grado di far arrivare dalla Calabria in Sicilia forniture di stupefacente. In una conversazione con Imbesi che chiedeva se i fornitori fossero i Giorgi di San Luca, il commerciante "rispondeva che si trattava di un amico, socio di tale Giovanni, indicato come il figlio di Alvaro". In un'altra intercettazione, l'arrestato Mariano Foti ha fatto riferimento al "suo fornitore precisando che era di San Luca e indicandolo poi in Paolo Nirta". Cognato di Giovanni Strangio, coinvolto nella strage di Duisburg del 2007, Paolo Nirta non risulterebbe indagato e, all'epoca, era ai domiciliari a Roma. I barcellonesi lo sapevano ma sapevano pure che Nirta era "quello che comanda più di tutti, il capo bastone".
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