
Catanzaro – Sono stati condannati anche in appello Giovanni Emilio Scalercio ed E.R., accusati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale aggravata nei confronti della figlia della donna, affetta sin dalla nascita da ritardo mentale grave.
La prima sezione della Corte di Appello di Catanzaro ha confermato la sentenza di condanna formulata dal Gup del Tribunale di Lamezia Terme, Emma Sonni, nel marzo scorso, rideterminando, però, le pene inflitte in primo grado.
Scalercio, difeso dall’avvocato Salvatore Sisca, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi di reclusione, mentre in primo grado il giudice Sonni l’aveva condannato a 12 anni di reclusione per il reato di violenza sessuale, con interdizione dai pubblici uffici e dalle cariche pubbliche per la durata della pena.
Cinque anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione è la pena inflitta dalla Corte nei confronti di E.R., difesa dall’avvocato Bernardo Marasco, che in primo grado era stata condannata a 7 anni reclusione per il reato di violenza sessuale nei confronti della figlia in concorso con Scalercio, all’interdizione dai pubblici uffici e dalle cariche pubbliche per la durata della pena.
Il Procuratore Generale aveva chiesto l’assoluzione della R. dal reato di violenza sessuale in concorso con lo Scalercio ma la Corte, in accoglimento delle richieste del difensore della ragazza vittima di violenze e della sorella, l’avvocato Anna Moricca che, “nel ribadire l’assoluta credibilità della sorella della vittima e delle sue propalazioni, ha evidenziato come la R. fosse pienamente cosciente di quanto si consumava nella “casa degli orrori” senza mai essersi attivata in modo da tutelare la propria figlia, omettendo di impedire dunque il verificarsi degli eventi, il che ha equivalso ad avere concorso a cagionarli”, ha confermato la condanna dell’imputata anche in relazione al reato di cui all’art. 609 bis c.p.
Questa storia di violenza che ha visto protagonista per anni la ragazza, si è conclusa il 12 settembre dello scorso anno, con l’arresto di Scalercio e della madre della ragazza, dopo una scrupolosa indagine dei Carabinieri condotta sotto la direzione della Procura della Repubblica di Lamezia Terme.
La giovane, da anni, subiva maltrattamenti, insulti, mortificazioni sia dalla madre che dal suo compagno che, oltretutto, abusava anche sessualmente di lei “con la consapevolezza della madre”. Per portare avanti l’attività di indagine, è stata impiegata un’equipe ad hoc che hanno lavorato tacitamente con attività non invasive per la ragazza, allo scopo di proteggerla e liberarla dalla sua terribile situazione. Una situazione logorante che aveva portato la ragazza a pronunciare una frase emblematica ascoltata dagli agenti dell’Arma in una intercettazione. “Non ce la faccio più” avrebbe detto la giovane, costretta a subire per anni quella situazione.
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