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Lamezia Terme - Si è concluso davanti al Gup-Gip del Tribunale di Lamezia Terme il processo a carico di 12 medici lametini che erano accusati (ex artt. 113 e 589 c.p.), di aver cagionato in concorso tra loro la morte di una paziente, la signora T.A., deceduta nell’ospedale di Lamezia Terme il 29 settembre 2008 per “infarto miocardio acuto e sue complicanze”. Il procedimento vedeva coinvolti i dottori Antonio Butera difeso dagli avvocati Leopoldo Marchese e Angela Viola; Pasquale Pelaggi difeso dagli avvocati Francesco Bevilacqua e Aurelio Manfredi; Tommaso Battaglia difeso dagli avvocati, Dina Marasco e Roberto Chiodo; Antonio Maria Andricciola difeso dall’avvocato Antonio Torcasio; Rossana Talarico difesa dagli avvocati Giancarlo Pittelli e Vincenzo Galeota, Maria Levato difesa dagli avvocati, Dina Marasco e Caterina Levato; Musumeci Salvatore difeso dall’Avvocato Gennaro Palermo; Angelina Cimino difesa dall’avvocato Francesco Iacopino; Rosa Maria Destito difesa dall’Avv. Nicolino Zaffina; Loredana Antonella Torchia difesa dall’avvocato Antonio Pileggi e dall’avvocato Lucio Canzoniere; Stefania Renne dall’avvocato Pileggi Antonio e dall'avvocato Antonio Larussa e Gianfranco Lupia Palmieri difeso dall’avvocato Giancarlo Nicotera.I parenti della signora T.A. costituitisi parte civile erano rappresentati dall'avvocato Giuseppe Angelino.La signora dopo essere stata ricoverata all'ospedale di Soveria Mannelli, era stata trasferita a Lamezia Terme nel reparto di Cardiologia. Secondo una prima ricostruzione degli inquirenti, la morte della paziente sarebbe avvenuta a causa “del comportamento colposo dei sanitari, frutto di una inadeguata condotta diagnostica-terapeutica e di un mancato monitoraggio dell'Unità coronarica”. Secondo gli investigatori la causa del decesso della paziente era avvenuto in conseguenza ad una “mancata tempestiva diagnosi con un conseguente mancato tempestivo intervento terapeutico”.

A tale ricostruzione si erano opposti i difensori degli indagati che sostenevano “l'assoluta irreprensibilità della condotta tenuta dai medici coinvolti, che avevano agito ed operato secondo i dettami della migliore e più opportuna scienza medica, mettendo in atto tutto quanto possibile per salvaguardare la salute e la vita della paziente”.Durante il procedimento sono state elaborate e depositate diverse perizie medico-legali, al fine di ricostruire compiutamente la vicenda e le cause della morte. Sette dei medici coinvolti hanno quindi scelto di essere giudicati attraverso il rito abbreviato, gli altri cinque hanno optato per il rito ordinario e l'udienza preliminare. Nella sua requisitoria il Pubblico Ministero, Giulia Maria Scavello, valutate le risultanze istruttorie, ha chiesto l'assoluzione perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto per i sanitari che avevano scelto l'abbreviato, mentre ha chiesto sentenza di non luogo a procedere per gli altri. Di parere opposto la parte civile che dopo una lunga discussione ha chiesto la condanna per quei sanitari lametini che avevano preso in cura la signora T.A.Nelle loro conclusioni i difensori dei medici hanno chiesto l'assoluzione e la sentenza di non luogo a procedere per i loro assistiti, ribadendo l'assoluta liceità e giustezza della condotta tenuta dai sanitari. Il GIP-GUP presso il Tribunale di Lamezia Terme, Maria Teresa Carè, alla fine delle discussioni, ha pronunciato sentenza di assoluzione "Perché il fatto non sussiste" nei confronti degli imputati Butera Antonio, Battaglia Tommaso, Levato Maria, Destito Rosa Maria, Loredana Antonella Torchia, Stefania Renne e Gianfranco Lupia Palmieri che avevano optato per il rito abbreviato, mentre ha emesso sentenza di non luogo a procedere per gli imputati Pelaggi Pasquale, Andricciola Antonio Maria, Talarico Rossana, Musumeci Salvatore e Destito Rosa Maria, che avevano scelto il rito ordinario. Dopo quasi otto anni i medici lametini sono stati scagionati, pertanto, da ogni accusa a loro carico.

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