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attentato-abit-c.g-ottobre-2012

Lamezia Terme, 15 ottobre - Era il 20 luglio 2011 quando gli agenti del locale commissariato, assieme a quelli della Squadra Mobile di Catanzaro, eseguivano l’arresto di Giuseppe Giampà, figlio del “professore” e capo della omonima cosca attiva su Lamezia. A suo carico l’accusa di estorsione ai danni di G. C. Assieme a lui, quella mattina, finirono in manette anche  Domenico Chirico, e quelli che di lì a breve sarebbero diventati due pentiti di ‘ndrangheta: Angelo Torcasio e Battista Cosentino.  Tutti accusati di estorsione ai danni di due imprenditori, tra cui, appunto, G. C. che ieri sera ha subito, a seguito dell’esplosione di un ordigno, danni al cancello d’ingresso alla sua villa in costruzione sulla collina del quartiere Bella. Nell’ordinanza d’arresto del 20 luglio 2011 si legge, tra l’altro, che G. C., oltre all’ultima intimidazione subita ieri sera, ne aveva avute altre due: la prima il 3 marzo 2011 con una lettera intimidatoria lasciata in una busta e fatta recapitare direttamente nella cassetta delle lettere, conteneva anche  tre cartucce 7,65. La lettera diceva: “Indirizzata a G., mettiti in regola con il lavoro a […] altrimenti verrà scaricato tutto sulla tua famiglia”. Un mese dopo, più precisamente il 6 aprile 2011, G.C. subiva l’incendio e conseguente distruzione dell’auto, una panda. Nell’ordinanza emessa dalla Dda che portò agli arresti dei quattro esponenti del clan Giampà si legge come, successivamente a questi atti intimidatori, G.C. “mentre si trovava a piedi in Piazza d’Armi veniva fermato da Cosentino Battista, il quale lo induceva ad andare da Torcasio Angelo, dicendogli che il Torcasio gli doveva parlare; dopo circa due giorni C.G. si recava effettivamente dal Torcasio per capire cosa volesse e, giunto presso la sua abitazione, il medesimo Torcasio lo faceva entrare nel suo magazzino – laboratorio adibito alla lavorazione della porchetta, dove lo portava a conoscenza del motivo per cui Cosentino Battista lo aveva mandato da lui, dicendogli chiaramente ed in maniera diretta che per proseguire i lavori di […] doveva pagare a Giampà Giuseppe figlio del “professore”; alle prime rimostranze del C.G., il quale diceva al Torcasio che era “senza soldi” e che per questo lavoro era in perdita poiché ancora i titolari dell’appalto non lo avevano pagato, Torcasio Angelo gli “consigliava” di incominciare ad “accontentare” il Giampà Giuseppe dandogli inizialmente 5 mila euro, altrimenti gli avrebbero messo le bombe a casa; alle ulteriori resistenze di C.G. che diceva a Torcasio Angelo di lasciarlo stare dicendogli che aveva paura per l’incolumità della sua famiglia, il Torcasio gli ribadiva fermamente che avrebbe dovuto pagare, affermando che gli avevano già bruciato la macchina e che in seguito gli avrebbero messo le bombe a casa; aggiungendo altresì il Torcasio, a seguito di richiesta di G.C. che tentava di prendere tempo dicendo che avrebbe voluto un incontro direttamente con Giampà Giuseppe, che glielo avrebbe mandato quando avrebbe voluto lui, ribadendo in conclusione che gli avevano bruciato la macchina e che in seguito gli avrebbero messo le bombe a casa; al che G.C. si allontanava dal posto”.

Anche Giuseppe Cappello, in un interrogatorio del 17 gennaio 2012, e riportato nell’ordinanza cautelare dell’operazione Medusa, parla dell’attentato a C.G., ma aggiunge che sarebbe stata collocata successivamente anche una bomba presso l’abitazione dell’ imprenditore nei mesi precedenti e dopo i quattro arresti del luglio 2011. Ecco cosa dice Giuseppe Cappello: “Intendo rispondere e per come mi chiedete, intendo fare delle precisazioni riguardo a quanto dichiarato nel precedente interrogatorio del 16 dicembre 2011, con riferimento alla vicenda riguardante l'imprenditore G. C: in effetti, se non erro nel mese di novembre 2011, dopo circa una-due settimane dopo la bomba messa a casa di G.C. ho avuto modo di incontrare Egidio Muraca al quale chiedevo chi fosse stato ad effettuare tale danneggiamento....[omississ] in particolar mi chiedeva se potevo avvicinare lo stesso G.C e dirgli di non fare il nome di Giuseppe Giampà al processo e di addossare tutta la colpa a Torcasio Angelo ed io gli risposi che me ne sarei occupato io ed avrei riferito quanto lui mi chiedeva. Per come mi chiedete nell'interrogatorio del 16 dicembre 2011 avevo invece riferito che l'incarico mi era stato dato da mio fratello Saverio durante un colloquio in carcere a Siano in quanto non avendo ancora ben chiara la mia posizione in quella data preferii addossare la responsabilità a Saverio che era già detenuto e già sapevo che aveva deciso di collaborare con la Giustizia e quindi pensai che era meglio scaricare la responsabilità a lui”. Questo, dunque, lo scenario precedente all’ultimo attentato subito la scorsa sera dall’imprenditore edile.

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