
Lamezia Terme - La prima sezione della Corte di Cassazione (presidente Giacomo Rocchi e relatore Monica Boni), dopo l'udienza dello scorso 17 novembre, ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro presentati dai collaboratori di giustizia Giuseppe Giampà, Angelo Torcasio, Saverio Cappello, Giuseppe Cappello, Rosario Cappello, Battista Cosentino e Francesca Teresa Meliadò. Ne consegue che restano confermate le condanne stabilite dalla sentenza dei giudici catanzaresi emessa circa due anni fa nei confronti di coloro che sono considerati capi, gregari, sodali, affiliati alla cosca Giampà. Le accuse contestate spaziano dall’associazione a delinquere di stampo ‘ndranghetistico, omicidi tentati e consumati, furti, rapine, detenzione illegale di armi, estorsioni e ricettazione.
Inizialmente i procedimenti in primo grado erano due e portano a due sentenze di condanna. Contro l'ultima sentenza fu presentato ricorso e la Corte di Assise di appello di Catanzaro provvedeva alla riunione di due procedimenti, "siccome connessi sul piano soggettivo ed oggettivo" e, con sentenza del 10 dicembre 2019, ha riformato parzialmente le due pronunce di primo grado rideterminando le pene: 25 anni anni 5 mesi di carcere nei confronti di Giuseppe Giampà; 18 anni e 11 mesi nei confronti di Angelo Torcasio; 15 anni per Saverio Cappello; 13 anni, 10 mesi e 20 giorni nei confronti di Rosario Cappello; 3 anni e 10 mesi e 1000 euro di multa nei confronti di Giuseppe Cappello; 9 anni, 5 mesi e 20 giorni nei confronti di Battista Cosentino e 4 anni, 2 mesi e 1200 euro di multa nei confronti di Francesca Teresa Meliadò, previa unificazione dei reati giudicati con quelli oggetto della sentenza del 22 gennaio 2015 della Corte di appello di Catanzaro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA