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Lamezia Terme - Tutti assolti con la formula “per non aver commesso il fatto”. Si è concluso così l’ultimo capitolo della vicenda giudiziaria che riguarda l’omicidio dell’avvocato lametino Torquato Ciriaco, ucciso il primo marzo 2002 a 55 anni. Due distinti processi, che sono stati oggi riuniti, a carico di Tommaso Anello e dei fratelli Vincenzino e Giuseppe Fruci e a carico del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi che si era autoaccusato di aver partecipato all'omicidio del legale lametino. Proprio grazie alla sua collaborazione il caso era stato riaperto: era stato lui a raccontare che ad ammazzare l’avvocato sarebbero stati gli altri imputati nel procedimento.

Oggi la sentenza con la quale il gup del Tribunale di Catanzaro, Giovanna Gioia, ha stabilito la non colpevolezza degli imputati: Tommaso Anello, considerato il boss dell'omonima cosca della 'ndrangheta, e i fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci. Nel collegio difensivo, gli avvocati Spinelli, Tielleci, Rotundo, Torchia, Massara e per il collaboratore Michienzi l'avvocato Conidi. L'accusa sosteneva che Ciriaco fu ucciso perché voleva acquistare un'azienda edile che la cosca Anello voleva finisse ad un imprenditore già sottoposto ad estorsione.

Un fatto di sangue avvenuto il primo marzo 2002 quando l'avvocato fu ucciso nei pressi dello svincolo dei “Due Mari” in un agguato. A quindici anni dal delitto, nel gennaio del 2014, la Dda di Catanzaro chiuse le indagini per i tre imputati, dopo le dichiarazioni del collaboratore. La pubblica accusa aveva chiesto la condanna all’ergastolo per i tre imputati, mentre per il collaboratore Michienzi, la condanna a dieci anni di reclusione. Nel processo si era costituita parte civile la famiglia del legale lametino.

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