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Lamezia Terme - Si è difeso davanti al Gip negando ogni responsabilità, Luciano Scalise, il 41enne in carcere dal 10 gennaio scorso finito nell’operazione denominata “Reventinum”. Scalise era stato arrestato insieme ad altre 12 persone rimaste coinvolte nell’operazione eseguita dai carabinieri per un fermo di indiziato di delitto per associazione di tipo mafioso ed altro nei confronti di quelli che sono ritenuti appartenenti a due contrapposte cosche di 'ndrangheta attive nell'area montana del lametino, quella degli Scalise e dei Mezzatesta. A queste precedenti accuse, nei giorni scorsi, è arrivata anche la contestazione a suo carico, di essere ritenuto dagli inquirenti il mandante dell’omicidio dell’avvocato Francesco Pagliuso che sarebbe avvenuto per mano di Marco Gallo la sera del 9 agosto 2016 mentre l’avvocato rientrava nella sua abitazione di via Marconi a Lamezia. Rispondendo al Gip nel carcere di Terni dove è detenuto, per l'interrogatorio di garanzia, Luciano Scalise, che è difeso dagli avvocati Chiodo e Larussa, ha risposto alle domande e negato ogni sua responsabilità nell’omicidio. I suoi legali, inoltre, hanno contestato e chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare ritenendo che le accuse contro il loro assistito siano “generiche”. Gli atti sono stati poi trasmessi al gip distrettuale di Catanzaro.

La polizza sulla vita intestata a Gallo che poteva essere ritirata solo da Luciano Scalise

Dalle indagini sono emersi stretti collegamenti tra Gallo, presunto killer di Pagliuso, e Scalise, ritenuto il mandante, contatti che sarebbero avvenuti tra i due anche telefonicamente. Inoltre, dopo l'arresto del 32enne nella sua abitazione di Falerna, i carabinieri avrebbero trovato una sorta di un "testamento olografo di  Marco Gallo in cui si disponeva che la polizza sulla vita intestata a Gallo Marco poteva essere ritirata esclusivamente da Scalise Luciano e dai suoi eredi" questo documento, secondo quanto emerso dalle indagini, fu trovato insieme ad una foto commemorativa di Daniele Scalise.

Secondo l'accusa Pino e Luciano Scalise in concorso morale tra loro “deliberavano l’omicidio dell’avvocato Francesco Pagliuso, incaricando per la materiale esecuzione il loro sodale, killer della cosca che cagionava la morte. Delitto commissionato perché l’avvocato era considerato responsabile di avere agevolato il capo cosca rivale Domenico Mezzatesta, sia nel processo che vedeva quest’ultimo insieme al figlio Giovanni, responsabile del duplice omicidio di Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo, sia nel periodo della sua latitanza, proprio durante la quale veniva eliminato Daniele Scalise” questo quanto emerge dalle carte dell'ordinanza. Marco Gallo viene invece definito come "partecipe alla cosca Scalise con il ruolo precipuo di killer del clan che poneva le proprie capacità a disposizione dell’attività mafiosa della cosca di ‘ndrangheta di appartenenza eseguendo per la medesima l’omicidio del noto penalista Francesco Pagliuso, nonché l’omicidio di Gregorio Mezzatesta, fratello del capo clan della cosca rivale Mezzatesta". Nella rinnovata ordinanza, inoltre, viene esclusa "la gravità indiziaria per la posizione di Scalise Pino”.

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