
Lamezia Terme – "Tutto quello che ruota attorno agli Iannazzo non mi è mai appartenuto, né oggi nel 2016 né quarantotto anni fa quando sono nato. La mia famiglia ha pagato già un prezzo troppo alto dalla morte di mio padre, ho fatto condannare chi ha trafugato la sua tomba e ho collaborato con le forze dell’ordine. Non ho mai pagato il pizzo, sono stato una vittima della’'ndrangheta e non un colluso”. L’imprenditore Franco Perri racconta la sua versione dei fatti in una conferenza stampa dopo l’operazione “Nettuno”, scattata lo scorso 21 marzo che ha portato al sequestro di beni per oltre 500 milioni di euro a soggetti che facevano riferimento alla cosca Iannazzo. Affiancato dai suoi legali Francesco Pagliuso e Salvatore Staiano, dopo l’ultimissima baraonda giudiziaria che lo ha travolto, ha risposto alle domande dei giornalisti raccontando le sue verità, preoccupato per il futuro delle sue aziende, detenendo anche la proprietà del centro commerciale “Due Mari”.
“La mia famiglia non ha ricevuto l’aiuto di nessuno, anche la polizia giudiziaria non ci ha tutelato abbastanza. Non ci hanno aiutato né imprenditori, né pseudo amici, né associazione antiracket” precisa poi, sostenendo di essersi visto bloccato da sei anni anche l’ingresso in Confindustria. "Abbiamo rischiato il baratro – prosegue - ma siamo stati bravi a risalire, la nostra contabilità è chiarissima e tutti i miei utili sono stati reinvestiti nell’azienda, non mi sono arricchito di nulla”. I Suoi legali ripercorrono le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto dallo scorso maggio, con l’ordinanza Andromeda, che punta i riflettori sulla cosca Cannizzaro-Iannazzo-Daponte. “Il tema dell’accusa a carico di Perri nasce solo dalle dichiarazioni di due collaboratori – precisa Pagliuso – non c’è altro che militi a carico di Franco Perri”. Ricordando come invece a carico del suo assistito non esistano invece intercettazioni, e ribadendo ai giornalisti come egli sia indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e non per il 416 bis.
Pagliuso parla di una “assenza di capacità critica da parte della Procura distrettuale, che ad oggi non ci ha dato risposte”. Sul futuro delle aziende di Perri poi, dopo che le quote dell’imprenditore e quelle dei suoi congiunti sono state sottoposte al controllo di un amministratore giudiziario, Paglisuo chiarisce: “Non dubito delle capacità di chi è stato incaricato, ma le imprese non possono sopravvivere al sequestro perché è il sistema di gestione che è sbagliato sotto il profilo normativo. C’è il rischio – afferma poi – che le banche possano chiudere e che i 750 circa dipendenti vengano mandati a casa”. Annunciando poi che a giugno era prevista l’apertura della piattaforma del gruppo Perri con la nascita di 50 nuovi punti vendita.
Una difesa, quella di Perri, che i legali Pagliuso e Staiano intendono chiarire in sede processuale ma ci tengono a precisare “l’assenza di flussi economici a favore della famiglia Iannazzo e appalti invece conferiti ad aziende che hanno denunciato gli Iannazzo stessi. Questa cosa l’avrebbero permessa?”. Una situazione, quella di Perri, definita dall’avvocato Staiano come “un processo mediatico al quale si è sottoposto senza paure, qui non censuriamo nulla”. Affermando che sarà costituito un pool difensivo di avvocati ma anche di commercialisti.
A.R.
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