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Lamezia Terme - I finanzieri di Lamezia Terme hanno arrestato Domenico Chirico, conosciuto con il nome 'u duru' per estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'accusa sostiene che Chirico avrebbe preteso l'ingresso e le consumazioni gratuite in locali notturni della zona di Lamezia Terme. Chirico, secondo alcuni collaboratori di giustizia, era ritenuto vicino alla cosca della 'ndrangheta dei Torcasio. Le richieste estorsive ai titolari dei locali sarebbero iniziate dal 2005.

A Chirico è stata notificata una ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari, Assunta Maiore, che ha accolto la richiesta del Procuratore di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, e del sostituto della Dda, Elio Romano. I reati ravvisati, per i quali il Giudice ha emesso il provvedimento restrittivo, sono estorsione aggravata dall’essere stata commessa con il metodo mafioso. Le indagini hanno preso le mosse nel gennaio del 2014, allorquando i finanzieri del Nucleo Mobile al comando del brigadiere Vito Margiotta,  appresero da un loro informatore che Chirico, all’interno di una discoteca di Lamezia Terme, aveva picchiato un barman, poiché questi aveva preteso il pagamento di una bevanda, tra l’altro ordinata per la consumazione da un'altra persona che era in compagnia di Chirico. Da qui sono scattate le indagini. Gli investigatori hanno da subito interrogato la proprietaria del locale, la quale, dapprima aveva negato che presso il suo esercizio si fosse verificato tale episodio, per evidenti timori di ritorsioni, ma poi, incalzata dalle domande delle fiamme gialle aveva ammesso quanto effettivamente accaduto. Anche il barman aveva ammesso in qualche modo di essere stato colpito dall’indagato poichè aveva preteso da questi il pagamento di un drink, ma non aveva nascosto i suoi timori di subire ulteriori ritorsioni dopo tali dichiarazioni.

A quel punto, il sostituto procuratore Elio Romano della Dda di Catanzaro e gli uomini del Nucleo Mobile, hanno avviato altre e complesse indagini, attraverso le quali hanno ricostruito la storia criminale di Domenico Chirico, anche attraverso le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia. Le attività investigative in tema di estorsioni, hanno consentito di accertare che Domenico Chirico, almeno dal 2005, avvalendosi della sua forza initimidatrice, avrebbe usufruito per se ed i suoi amici di ingressi e consumazioni gratuite presso tutti i locali notturni della zona, perchè tutti gli imprenditori,  proprietari degli esercizi, avrebbero riferito che questi era noto per essere vicino ai clan della ‘ndrangheta di Lamezia Terme e temevano tutti che la richiesta di pagamento di ticket d’ingresso o delle consumazioni al bar avrebbe potuto far scaturire delle ritorsioni nei loro confronti anche a danno delle stesse attività commerciali. Il sostituto procuratore Romano, formulando la richiesta per l’arresto di Chirico, aveva anche ipotizzato, nei confronti di quest’ultimo, i reati di associazione mafiosa, spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione di armi e ricettazione sui quali il G.I.P. non ha ravvisato la necessaria gravità indiziaria.  Il reato di associazione mafiosa e di spaccio di sostanze stupefacenti era stato ipotizzato anche per Andrea Chirico, fratello di Domenico, ma anche su questo punto il Gip ha rigettato la relativa richiesta di misura cautelare. 

Il metodo del "cavallo di ritorno" con i Rom  all'epoca dell'affiliazione con i Torcasio

Tuttavia, secondo la ricostruzione degli inquirenti,  Domenico Chirico, fino all’anno 2003, avrebbe militato tra le file della cosca Torcasio; secondo il collaboratore Saverio Cappello, Chirico, per conto dei Torcasio, eseguiva danneggiamenti, spacciava stupefacenti e si occupava del recupero di veicoli rubati dai nomadi; in relazione a quest’ultima attività illecita Saverio Cappello aveva riferito ai finanzieri: “Chirico era colui che si recava presso il campo nomadi di località Scordovillo per recuperare i veicoli che questi rubavano; in sostanza, molta gente, nel momento in cui subiva il furto del mezzo, si rivolgeva a Nino Torcasio per il recupero del maltolto; così Nino Torcasio in queste occasioni, mandava dai nomadi  Domenico Chirico presso i quali recuperava i veicoli
 che questi rubano, dando loro in cambio somme pari a circa 200.000 o 300.000 delle vecchie lire e nel momento in cui riconsegnava i mezzi ai legittimi proprietari si faceva dare da loro somme maggiori anche fino a 3.000.000 di lire, a seconda del tipo di veicolo che veniva recuperato. I nomadi non hanno mai rifiutato di riconsegnare i mezzi rubati a Chirico poiché sapevano che questi agiva in nome e per conto dei Torcasio; per cui già all'epoca il Chirico era conosciuto come un affiliato a quella cosca. Io stesso ho accompagnato Domenico Chirico, più volte presso l'accampamento dei nomadi
 per procedere al recupero di auto rubate. Successivamente, quindi, Chirico, evidentemente notando la soccombenza della cosca dei Torcasio, i cui affiliati, all’epoca dei fatti cadevano sotto i colpi della armi dei Giampà, si avvicinò a quest’ultima organizzazione spacciando sostanze stupefacenti per Giuseppe Giampà e fornendo armi a quest’ultimo".

"Specchietto" nel tentato omicidio Villella con i Giampà

Lo stesso boss Giuseppe Giampà riferiva ai finanzieri del Nucleo Mobile: "quando la cosca Giampà ha cominciato a prendere il sopravvento, a mano a mano Domenico Chirico si è avvicinato sempre di più a noi; posso aggiungere, altresì, che dopo il fallito agguato omicidiario ai danni di  Antonio Villella  Domenico Chirico u"Duru" si era messo a disposizione della cosca Giampà' per fare da specchietto per un'eventuale azione omicidiaria nei confronti dello stesso Villella, il quale per come riferito da Domenico u "Duru" a Domenico CHIRICO U "Batteru" si recava spesso presso un suo parente che abitava vicino casa del Domenico Chirico u "Duru"; per tale evenienza io diedi addirittura un telefonino a  Domenico Chirico u "Batteru" perché lo desse a Domenico Chirico u "Duro",  da utilizzare per quanto detto sopra; l'azione non andò a buon fine per sopraggiunti motivi che non ricordo e non certo per una nostra desistenza dall'intento".

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