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Lamezia Terme - Assolto perché “il fatto non sussiste”. Si è concluso così il processo a Fedele Filadelfio, 67 anni, difeso dagli avvocati Francesco Iacopino e Pino Zofrea, nell’aula Garofalo del Tribunale lametino davanti al Presidente Carè e, a latere, i giudici Prignani e Martire. Da uno stralcio del processo Medusa, scattata nel giugno 2012 e conclusosi in Cassazione nell’aprile scorso, termina anche il processo a carico del 67enne accusato di favoreggiamento aggravato dall’art.7, per aver agevolato la cosca Giampà. Il Pm Elio Romano nell’aprile scorso, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna a quattro anni di reclusione.

La sentenza è stata letta dal Presidente Maria Teresa Carè al termine dell’udienza odierna iniziata con le discussioni degli avvocati Francesco Iacopino e Pino Zofrea. A prendere la parola per primo, l’avvocato Iacopino, che ha ricordato di essere subentrato in questo processo al collega Francesco Pagliuso. Diversi i punti messi in luce dal legale nel corso della sua discussione in difesa del suo assistito: “Oggi si chiede la condanna di un soggetto incensurato sulla base di un collaboratore che mente” ha affermato il legale, in riferimento, in particolare, all’attendibilità dei collaboratori. “Battista Cosentino non è una fonte ma è la fonte” ha ribadito l’avvocato, evidenziando il fatto che tutti gli altri collaboratori affermano circostanze delle quali sono venuti a conoscenza tramite Battista Cosentino. “Non vi è un riscontro di un episodio riconducibile a Fedele Filadelfio” ha aggiunto il legale. In merito al fatto che l’imputato è stato ritenuto dall’accusa un soggetto a cui la cosca Giampà si rivolgeva per avere notizie su perquisizioni e arresti, l’avvocato ha ricordato: “Pasquale Giampà nulla riferisce in merito a questo delitto”. L’avvocato ha concluso chiedendo l’assoluzione per il suo assistito per “l’insostenibilità dell’accusa e fragilità probatoria”. L’avvocato Zofrea ha sintetizzato i punti focali per il quale il suo assistito non sarebbe colpevole del reato. In merito all’aver comunicato notizie riservate sottoposte al segreto d’ufficio, l’avvocato, nel corso della sua requisitoria, ha posto l’attenzione sulla frase “state attento che ti arrestano”, “quante volte può essere stato detto” ha aggiunto, chiedendo per Fedele Filadelfio l’assoluzione.

R.V.

La nota dei legali

Soddisfazione è stata espressa dagli avvocati Zofrea e Iacopino al termine della lettura del dispositivo: “dopo sei anni di autentico calvario, personale e familiare, la pronuncia assolutoria deliberata dal Tribunale lametino – che si somma alle decisioni dei Giudici catanzaresi e della Suprema Corte –, contribuisce a riaffermare la dignità di uomo “onesto” in capo al Sig. Fedele". "Desideriamo condividere il risultato ottenuto con il collega Francesco Pagliuso (al quale è subentrato l’avv. Francesco Iacopino, n.d.s.),  aggiungono - per il significativo contributo dallo stesso offerto al raggiungimento della verità dei fatti e al conseguente positivo epilogo decisorio in favore Sig. Fedele”. Nel ripercorrere le vicende giudiziarie del loro assistito i legali scrivono che "La Procura – su impulso della Direzione Investigativa Antimafia – aveva avviato un parallelo giudizio di prevenzione davanti al Tribunale di Catanzaro, al fine di ottenere il sequestro di tutti i beni del Fedele (funzionale alla confisca) e l’applicazione della sorveglianza speciale nei confronti del “proposto”. Il procedimento di prevenzione, dopo una lunga battaglia giudiziaria, nel corso della quale il Fedele – tra l’altro – aveva dimostrato la provenienza lecita di tutti i beni a lui riconducibili, si è concluso con il rigetto integrale della proposta, personale e reale, avanzata dal Pubblico Ministero, sia in primo grado che davanti alla Corte di Appello di Catanzaro. A porre la parola “fine” sul giudizio di prevenzione, poi, ci ha pensato la Suprema Corte di Cassazione, nel gennaio 2017, confermando l’impostazione difensiva con il conseguente rigetto del ricorso presentato dal Procuratore Generale calabrese”.

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