
Lamezia Terme – A distanza di quasi sei mesi dall’emissione della sentenza di primo grado per il processo Perseo, celebrato con rito ordinario al Tribunale di Lamezia Terme, sono state depositate le motivazioni.
La sentenza, emessa il 16 dicembre scorso dal presidente Carlo Fontanazza e dai giudici a latere Francesco Aragona e Francesco Tallarico, aveva portato alla condanna di tutti e 21 gli imputati che avevano scelto il rito ordinario e che erano stati arrestati insieme ad altre 43 persone nell’operazione antimafia denominata “Perseo”, scattata il 26 luglio 2013 contro la cosca Giampà di Lamezia Terme e condotta dalla Dda di Catanzaro assieme a polizia, carabinieri e guardia di finanza.
Nelle pagine scritte dai giudici del Collegio del processo cominciato l’11 marzo del 2014, vengono esplicate, imputato per imputato, le motivazioni delle condanne. Nel faldone depositato qualche giorno fa, si spiega anche perché abbiano deciso di condannare i componenti di quella che è stata definita una vera e propria organizzazione dedita alle truffe assicurative e che, oltre agli affiliati alla cosca, ha colpito anche i cosiddetti “colletti bianchi”.
Il meccanismo delle truffe assicurative e le motivazioni della condanna dei giudici
“[…] Più in particolare, - si legge - è emerso in dibattimento come, nell’ambito di un’organizzata struttura associativa autonoma a quella della cosca Giampà e costituita con l’apporto, oltre che di Giampà Giuseppe che, com’è emerso dall’istruttoria dibattimentale, risultava il capo e permetteva, con la sua figura criminale, una rete di rapporti illeciti finalizzati alla costituzione e mantenimento di una stabile organizzazione, seppur strutturata in maniera non rigida, finalizzata alle truffe assicurative e che si avvaleva dallo stabile contributo di avvocati /tra i quali Scaramuzzino Giovanni), di un medico (Curcio Petronio Carlo) e di carrozzieri, il Trovato (Franco, ndr)”.
Le condanne inflitte dal Collegio ai tre sono state: 12 anni di reclusione a Franco Trovato (il Pm aveva chiesto 15 anni); 4 anni di reclusione e 5 anni di interdizione dall'esercizio della professione medica e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici a Carlo Curcio Petronio (il Pm aveva chiesto 6 anni); 3 anni di reclusione, assolto per il capo 11 bis (concorso esterno associazione mafiosa) perché il fatto non sussiste e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici a Giovanni Scaramuzzino (il Pm aveva chiesto 12 anni).
Il “modus operandi” era, secondo i giudici, “stabile ed organizzato” e prevedeva: “la compravendita dei cid da persone compiacenti, la simulazione da parte dei carrozzieri (tra cui Franco Trovato) dei danni alle vetture indicate come coinvolte, l’opera dei difensori (tra cui Scaramuzzino Giovanni), per la gestione giudiziale o stragiudiziale dei sinistri e per la riscossione delle somme liquidate dall’assicurazione, l’opera del medico (Curcio Petronio Carlo) a disposizione dell’associazione in maniera stabile, tant’è che, come indicato dalle fonti di prova, veniva pagato mensilmente per la sua opera e riceveva le richieste di falso certificato da plurimi soggetti che spendevano il nome di Giuseppe Giampà”.
Si legge ancora: “[…] L’esistenza di tale associazione di cui al capo 74, peraltro correttamente contestata come aggravata dall’art.71.1991, n.203, poiché emerge dagli atti come i proventi delle truffe confluissero, almeno in parte, nella disponibilità di Giuseppe Giampà che li utilizzava per le spese della cosca, appare provata da plurime fonti di prova”. “[…] Tale struttura – scrivono - funzionava senza bisogno di nuova organizzazione o divisione dei ruoli, già predeterminati. E questo è certamente prova di reato associativo”.
La posizione di Franco Trovato
“[…] viene indicato come partecipe della cosca almeno dal 2007, per avere eseguito numerosi sinistri stradali simulati in danno di Agenzie Assicurative, mettendo a disposizione della cosca per tale attività la propria autocarrozzeria gestita a livello familiare, luogo di incontro – tra l’altro – per appuntamenti e riunioni tra vari esponenti della criminalità organizzata lametina”. Franco Trovato viene considerato quale “promotore, della contestata associazione a delinquere” e anche “[…] uno dei carrozzieri di riferimento dell’associazione, e organizzatore in proprio di numerose truffe assicurative, procedeva alla “preparazione” delle varie autovetture coinvolte nei sinistri simulati, assemblando sulle stesse i pezzi danneggiati, idoneamente allocati e posizioni per favorire le perizie di “comodo” o comunque per simulare sinistri mai avvenuti, ai fini dell’ottenimento dell’illecita liquidazione di un danno inesistente ovvero non procurato in conseguenza di un sinistro risarcibile correttamente dall’assicurazione”.
La posizione di Giovanni Scaramuzzino
Per quanto riguarda nello specifico, la posizione di Giovanni Scaramuzzino, il giudice scrive “[…] Da tali complessive indicazioni, pertanto, che si riscontrano vicendevolmente, appare la colpevolezza dell’imputato per il reato contestato, […] emergendo una stabile partecipazione dell’avvocato Giovanni Scaramuzzino, alla struttura associativa che faceva riferimento a Giampà Giuseppe ed a Trovato Franco. Lo Scaramuzzino appare avere rapporti con plurimi associati, e gestire le truffe anche in autonomia, procedendo anche alla riscossione dei proventi. La sua posizione, comunque, non appare quella del promotore, bensì del partecipe, emergendo dalle complessive fonti di prova che gli organizzatori delle truffe fossero Giampà Giuseppe e Trovato Franco”. Per quanto riguardo il reato associativo “non appare raggiunta la prova in dibattimento del concorso esterno dell’imputato nel reato associativo”.
La posizione di Carlo Curcio Petronio
Per la posizione di Carlo Curcio Petronio, i giudici portano a comprova le dichiarazioni di diversi collaboratori, tra cui anche Giuseppe Giampà che “[…] indica quale partecipe il dottore Petronio, medico dell’ospedale, che lavorava in ortopedia. Specifica il Giampà che al dottore Petronio venivano commissionati certificati medici falsi, nel caso in cui si fossero organizzati falsi sinistri con danni alle persone, e che tali certificati venivano ritirati da uomini di fiducia del Giampà, […] dietro pagamento di danaro, (50 o 100 euro a certificato)”.
L’ortopedico, da quanto emerso, avrebbe svolto, “[…] attività stabile e retribuita sostanzialmente a cadenza fissa, per la creazione di false certificazioni mediche finalizzate a truffe assicurative, nonché come l’imputato abbia avuto, per tale sua attività, rapporti con plurimi soggetti, che spendevano il nome di Giuseppe Giampà, tanto da colorare il dolo come di partecipazione ad una più ampia struttura associativa”. Secondo il collegio, il fatto che anche altri medici avessero realizzato certificazioni per sinistri contestati come falsi non è una giustificazione perché “[…] colorano il dolo dell’imputato, come detto, i plurimi riferimenti dei collaboratori, tutti univoci e scevri, allo stato, da intenti calunniatori, circa la consapevolezza dell’imputato Curcio Petronio Carlo circa il rilascio di false certificazioni dietro corrispettivo”.
C.S.
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