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Lamezia Terme - Sono state chieste pene dai 20 agli 8 anni di reclusione per gli otto imputati del processo “Reventinum”. Si è conclusa così la requisitoria del Pm Anna Chiara Reale, nell’aula Garofalo del Tribunale lametino, davanti al Presidente Silvestri, nell’ambito del processo scaturito dall’operazione omonima scattata il 10 gennaio del 2019 contro il "gruppo storico della montagna". Nell’ultima udienza, tenutasi il 14 febbraio scorso, il Pm, nel corso della prima parte della sua requisitoria ha ripercorso l’ascesa del gruppo degli Scalise e la lunga scia di sangue che ha interessato i paesi del Reventino, scaturita dalla storica contrapposizione tra le famiglie Mezzatesta e Scalise.

Le richieste di condanna

Marco Gallo - 20 anni di reclusione

Salvatore Mingoia - 15 anni di reclusione

Luciano Scalise - 19 anni e 6 mesi e 20mila di multa

Pino Scalise - 17 anni di reclusione e 15mila multa

Antonio Scalise - 8 anni di reclusione e 8mila di multa

Angelo Rotella - 11 anni di reclusione 4 mesi e 12 mila di multa

Bruno Cappellano - 9 anni di reclusione e 9mila multa

Carmela Grande - 8 anni di reclusione e 8mila di multa

Inoltre, il pubblico ministero ha chiesto che venga pronunciata sentenza di assoluzione per alcuni capi di imputazione nei confronti di Angelo Rotella (capo 21), Pino Scalise (capo 23), Salvatore Mingoia (capo 4).

Con la conclusione della requisitoria del Pm Anna Chiara Reale il processo contro il cosiddetto "gruppo storico della montagna", si avvia verso la fase conclusiva a tre anni dalla prima udienza. Un processo movimentato che ha avuto il suo clou con la testimonianza dei coniugi Scalise-Raso (era il 20 dicembre 2022) nel corso di quell'udienza hanno ritrattato quanto dichiarato in alcuni verbali di interrogatorio dell’estate scorsa ai magistrati della Dda di Catanzaro. Pertanto, il Tribunale ha valutato per l’acquisizione dei verbali dopo le ritrattazioni e i "non ricordo" di decine di testimoni chiamati in aula per deporre nel corso del dibattimento.

Il pm, prima di lasciare la parola alle parti civili e formulare le richieste di condanna, ha proseguito con la seconda parte della sua requisitoria. Già tracciata la geografica criminale del Reventino, si è concentrata su quanto reso dai vari collaboratori di giustizia in merito non solo alla commissione di efferati delitti come quello di Gregorio Mezzatesta e Francesco Pagliuso ma anche alla commissione di estorsioni per garantire “l’affermazione degli Scalise nel territorio”. Il Pm ha parlato di un “ventennio caratterizzato da sistematiche vessazioni volte a garantire la supremazia nel territorio da parte di esponenti della famiglia Scalise con sodali che ne condividevano il metodo”. Ha fatto riferimento anche a quei testimoni che hanno dimostrato di vivere in un clima di “omertà e assoggettamento” che li avrebbe indotti a rendere dinanzi al Tribunale dichiarazioni distorte. Tramite le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia si è potuto ricostruire il quadro per l’accaparramento di lavori sul territorio. Si è quindi partiti dal dichiarato in merito di Angelo Torcasio, Gennaro Pulice, Rosario Cappello, Pietro Paolo Strangis. Si è soffermata poi sulle dichiarazioni di Antonio Scalise rese nell'estate scorsa ai magistrati: "chi più di un membro della famiglia - ha detto il Pm - può riferire sulle dinamiche interne". Dichiarazioni “corroborate dalla moglie Mirella Raso” anche se, apparsa dinanzi al Tribunale reticente, aveva - secondo il magistrato - già reso importanti dichiarazioni che sono state poi acquisite. Si è proceduto con un excursus delle dichiarazioni rese in aula dai diversi testimoni sentiti durante l'arco del processo in merito ai singoli capi di imputazione. Infine, ha chiesto la condanna degli imputati, alla luce dell'istruttoria dibattimentale e a tutti gli atti acquisiti.

Successivamente, l’avvocato Carlo Carere ha depositato le conclusioni e note spese per l’Antiracket così come l’avvocato Caterina Restuccia per il Comune di Lamezia Terme. Anche l’amministrazione provinciale (avvocato Talarico) ha depositato conclusioni scritte. Ha proseguito con la discussione l’avvocato Pietro Agapito in rappresentanza della Camera Penale e dei comuni di Decollatura e Soveria Mannelli. “Prendo la parola per dovere morale nei confronti dell'avvocato Pagliuso”, ha esordito il legale per il quale il “Processo ha un suo linguaggio” e, tocca “a noi il compito di rimettere ordine in un quadro che sembra disordinato”. Ha parlato poi di diversi elementi che porterebbero ad una “chiara evidente matrice mafiosa". Ha concluso sostenendo come “nessuno può restituirci quello che abbiamo perso. Io ho perso qualcosa ma c’è chi ha perso di più. Pagliuso era l’anima della camera penale”. Un ricordo, quello dell’avvocato ucciso nell’agosto del 2016, che si vuole mantenere vivo affinché “sempre ci sarà qualcuno che cercherà la verità”. Ha posto poi l’accento sul coraggio dei due Enti che rappresenta, piccoli ma importanti centri nel cuore del Lametino, un esempio di “forza di questi comuni nel manifestare apertamente il proprio dissenso”. Ha terminato depositando le conclusioni, la nota spese e una memoria, chiedendo la “condanna degli imputati alla pena che il Collegio riterrà opportuna”.

L’avvocato Aldo Ferraro, in rappresentanza dei familiari di Pagliuso, ha detto: “il processo volge al termine dopo tanti incidenti di percorso. La conclusione provoca un poco di isolamento. Per noi era anche occasione per rivendicare, da un certo punto di vista, chi era l’avvocato Francesco Pagliuso”. Un modo anche per ricordarlo lottando per avere giustizia. Il legale si è poi concentrato sul delitto associativo, ha parlato di indizi e valutazione delle prove. Ha posto l’accento sui commenti di alcuni membri della famiglia Scalise dopo l’arresto di Gallo per l’omicidio una, a suo parere, “circostanza dimostrativa della mafiosità”. Ha parlato del rapporto di amicizia tra Gallo e Luciano Scalise e su come possa assumere altra significazione. Il legale ha ripercorso la vicenda dell’acquisto di un terreno a Decollatura. Per l’avvocato Ferraro “non bisogna mai perdere di vista il capo di imputazione”, e ha rimarcato il “contributo partecipativo di Gallo che ha messo a disposizione le proprie competenze in ambito criminale alla cosca con l’omicidio di Francesco Pagliuso e di Gregorio Mezzatesta”. Il legale ha ricordato che in tutti i processi è stato condannato. E, in merito all’esclusione dell’aggravante dell’articolo 7 (metodo mafiosha posto l’attenzione di questa decisione sulla mancanza di una sentenza che presupponesse l’esistenza della cosca Scalise “ma - ha precisato il legale - ci sarà una prima sentenza che dimostrerà l'esistenza di una cosca Scalise”. Infine, altro elemento messo in luce, la dimostrazione del reato continuato: “era trascorso un anno dai due omicidi”. Mezzatesta è stato ucciso a Catanzaro il 24 giugno 2017 e Pagliuso la notte tra il 9 e 10 agosto del 2016. Introduce così l’elemento della “continuità”. Ha parlato anche dei rapporti di Gallo con Scalise prima del 2016 proseguiti anche dopo l’arresto per l’omicidio Pagliuso e i commenti “che tradiscono preoccupazione”. L’avvocato Aldo Ferraro ha concluso la sua discussione associandosi alle richieste di condanna dell'ufficio di Procura.

L’avvocato Vincenzo Galeota si è detto “onorato del mandato difensivo da parte di familiari dell'avvocato Pagliuso”. La sua breve discussione si è concentrata nella parola amicizia. “Tutto ciò che lega Gallo a Scalise viene appiattito dalla circostanza che erano amici. Ma - si chiede - essere amico preclude la responsabilità di consumare reati? Commettere reati con l’amico per l’amico preclude la partecipazione associativa?”. Per il legale un omicidio “segna il reato partecipativo”, qui si parla di “due omicidi. Credo non ci siano dubbi sul reato associativo di Gallo”. Chiede, infine, la condanna degli imputati e una “sentenza giusta che non restituirà Francesco ai suoi familiari ma il senso di giustizia sì”.

A chiudere l’udienza odierna, le dichiarazioni spontanee di Marco Gallo che ha ribadito la sua “estraneità a tutto. Da un’amicizia si parla di accuse infamanti”, ha detto il 37enne secondo il quale “si è trovato un colpevole e non il colpevole. Si è trovata una verità e non la verità”. Il processo è stato poi rinviato al 9 marzo per un’intera seduta dedicata alle discussioni degli avvocati.

Ramona Villella

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