Salta al contenuto principale

tribunale-lamezia-2019_91592_33667_735a1_bebad_f56ad_0bf2d_001a9.jpg

Lamezia Terme - È proseguito, questa mattina, con le discussioni degli avvocati, il processo “Reventinum” contro il "gruppo storico della montagna" che si avvia alla fase conclusiva a quattro anni dall’omonima operazione. Era il 10 gennaio del 2019, infatti, quando i carabinieri eseguirono un fermo di indiziato di delitto per associazione di tipo mafioso nei confronti di decine di indagati ritenuti appartenenti a due contrapposte famiglie, gli Scalise e i Mezzatesta.

In un primo momento l’avvocato Piero Chiodo, legale di più imputati, ha chiesto un rinvio per legittimo impedimento di un imputato, a tale richiesta si è però opposto il pm. Opposizione dell’Ufficio di Procura anche sulla richiesta di rinvio della discussione dell’avvocato Chiodo. Il processo è, quindi, proseguito con la discussione dell’avvocato Nunzio Raimondi (parte civile), in rappresentanza di Angela Rita Pagliuso, di Antonio e Pierluigi Folino, in riferimento alla posizione di Marco Gallo. “Sono costituito in un processo non facile proprio perché è un processo nel quale, seppur indirettamente, torno a parlare della vittima di una vicenda assai grave”, esordisce il legale ricordando l’avvocato Pagliuso. “L’ho conosciuto come un giovane ricercatore, uno studioso proveniente dall’Università di Pisa. Poi ha fatto un giuramento da ufficiale della finanza. Era un uomo dello Stato. Non era un avvocato di cosca”. “Era un avvocato indipendente, è stato strumentalizzato fra lotte di potere” il riferimento è alla difesa dei Mezzatesta assunta dall’avvocato Pagliuso che precedentemente era stato anche avvocato degli Scalise. Nella discussione il legale Raimondi ha sostenuto la tesi che attiene alla sussistenza dell'associazione di tipo mafioso secondo lo schema di cui all'articolo 416 bis concentrandosi sul tema del reato di associazione mafiosa. Da qui, secondo il legale, sarebbe scaturito l’omicidio dell’avvocato Francesco Pagliuso “nell'ambito di un contrasto tra famiglie mafiose”. E, ha rimarcato il legale “Pagliuso è finito per rimanere vittima di uno scontro. Sono parole della Corte di Assise di Catanzaro”, questo ha proseguito “per aver difeso prima alcuni componenti di una famiglia e poi di un'altra”. Ha posto poi l’accendo sull’elemento della circolarità delle informazioni nell'ambito della cosca. Infine, ha chiesto una sentenza di condanna previo riconoscimento della responsabilità penale e il risarcimento del danno. Ha depositato conclusioni scritte e nota spese.

La parola è poi passata alle difese degli imputati. Il primo a procedere con la discussione è stato l’avvocato Francesco Siclari per la posizione di Gallo. Nella sua discussione ha puntato a riconnettere tutti gli elementi a quello che è l’oggetto dell'imputazione. Il legale ha posto l’attenzione su quelli che ha definito “dubbi, in merito alle sentenze acquisite di primo grado, sulle quali - ha detto - bisogna porre l’accento sull’utilizzabilità”. Sentenze che, ha ribadito, “hanno escluso l’aggravante per associazione di stampo mafioso”. Oggetto di questo processo è proprio la presunta partecipazione di Gallo ad un sodalizio di stampo mafioso. Da qui, ha introdotto un altro elemento, quello della “presunzione di innocenza su giudizi pendenti ancora in appello”. Ha fatto poi riferimento alla famiglia Scalise con il termine di “presunta cosca” dal momento che “non vi è traccia giuridica”, secondo Siclari, dell’esistenza come cosca. Inoltre, per il difensore, “manca un riferimento al momento di affiliazione e, un discorso di relazioni e interazioni”. Ha ricordato come anche lo stesso imputato abbia più volte parlato, nel corso di dichiarazioni spontanee, del rapporto di amicizia con Luciano Scalise. Ribadendo che non vi è “nessuna sentenza passata in giudicato che dica che Luciano sia un appartenente ad una cosca Scalise”. Ha spiegato poi, secondo le argomentazioni della difesa, la vicenda presa in esame anche dall’accusa e dalle parti civili, ovvero la vendita di un terreno. Sulle dichiarazioni di Mirella Raso, ha sottolineato: “avrebbe solo detto di averlo visto in due anni, due volte e non si sa in che contesto”. In merito poi alla preoccupazione dopo l’arresto di Gallo per l’omicidio Pagliuso, ha parlato di un “argomento che disturbante che non lo è affatto” dal momento che, “nella conferenza stampa del 3 marzo 2018 si era fatto esplicito riferimento ai possibili mandanti nella cosca Scalise”. Quindi, per il legale la preoccupazione non era legata all’arresto di Gallo ma per essere stati “indicati dagli inquirenti loro come mandanti”. Infine, ha chiesto “l’assoluzione per l’assistito per non aver commesso il fatto e in subordine il minimo della pena”.

Richiesta alla quale si è associato anche l’altro difensore di Gallo, l’avvocato Antonello Mancuso che ha voluto procedere con alcune brevi precisazioni. In particolare, in merito ad alcune dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Rosario Cappello. Per il difensore di Gallo “quel collaboratore, definito chiave, fornisce dei dati distorti, fuorvianti e non veritieri”. Cappello - ricorda Mancuso - si sarebbe riferito al padre di Marco Gallo con un nome diverso da quello reale. Errato anche il riferimento al paese di origine della famiglia dell’imputato che, sottolinea l’avvocato Mancuso: “in realtà non è di Serrastretta ma sono originari di Conflenti”. Ha rimarcato come i collaboratori “non abbiano detto nulla su Marco Gallo e parliamo di collaboratori di giustizia del Lametino e alcuni appartenenti al territorio della montagna”. Infine, ha chiesto l’assoluzione per Gallo.

Ha terminato l’udienza odierna, la discussione dell’avvocato Notarianni, difensore di Antonio Scalise. Il legale ha posto l’attenzione su pochi punti ritenuti essenziali. Partendo dalla metafora del setaccio. L’avvocato ha ribadito che il suo assistito è imputato per il solo capo 13 e “risponde di un'estorsione”. Si fa riferimento a presunte minacce per avere una scontistica privilegiata. Unico “fatto certo - ha evidenziato - è che la ditta riferibile agli Scalise opera nel mercato e si occupa di movimento terra. Questa, si è rifornita presso un impianto di inerti di Cancello di Serrastretta per un lungo arco di tempo, almeno dal 2012 al 2019”. L’avvocato ha analizzato, sulla base anche della testimonianza del titolare che non si sarebbe trattato di una scontistica “privilegiata” ma che la “scontistica applicata non era un fatto eccezionale e il testimone aveva ribadito di non aver subito condizionamenti”. Secondo quanto rilevato dall’avvocato Notarianni “si tratta di clienti abituali che andavano a rifornirsi presso un impianto di inerti. Rapporto regolare e con obbligazioni adempiute. Una scontistica, quindi, applicata anche ad altri clienti”. Secondo l’avvocato, a conclusione del suo intervento “analizzando bene il setaccio dentro non resta nulla. Chiedo, pertanto, l’assoluzione perché il fatto non sussiste e, in subordine, il minimo della pena con concessione delle attenuanti generiche”. Il processo è stato infine rinviato per proseguire con le discussioni degli avvocati al 29 marzo.

R. V.

Segui il Lametino
Le notizie di Lamezia e della Calabria, dove preferisci tu.