
Lamezia Terme – Si è svolta all’insegna dei “non ricordo” la testimonianza di Mirella Raso e del marito (imputato nel processo) Antonio Scalise, figlio di Pino e fratello di Luciano Scalise, nell’aula Garofalo del Tribunale lametino dove si sta celebrando il processo “Reventinum”. Processo scaturito dall’omonima operazione scattata il 10 gennaio del 2019 contro il "gruppo storico della montagna". Ad inizio udienza, tramite l’avvocato Ruscio, è stata formalizzata la rinuncia al mandato difensivo da parte dell’avvocato Larussa delle posizioni di tutti gli imputati da lui precedentemente difesi.
Sul banco dei testimoni, presenti in video conferenza, la coppia Raso-Scalise sposata dal ’98 e che in passato ha vissuto tra Decollatura e Soveria Mannelli e di recente trasferatisi in Emilia Romagna, ha risposto alle domande del Pm Reale. Letta la formula di giuramento è stato loro chiesto, anche avendone facoltà, se voler o meno deporre sulle posiziona di alcuni imputati in quanto familiari. Al loro sì l’udienza è entrata nel vivo. La Raso ha parlato dei rapporti con la famiglia del marito, del loro lavoro “di movimento terra con le ruspe, camion ed escavatori”. Ha raccontato che anche il marito ha lavorato per conto dei familiari. La testimone su domanda del Pm ha riferito che in merito ai lavori il marito “veniva pagato si e no, a volte c’erano ritardi”. Sono poi iniziati i “Non lo so. Non ricordo”. Il Pubblico ministero ha, pertanto, fatto diverse contestazioni sulla base delle dichiarazioni rese in un verbale del 25 luglio 2022. In particolare, il Pm ha letto in aula una frase contenuta nel verbale in merito a delle minacce subite dal marito: “ricordo un episodio avvenuto nell’aprile 2010 in cui mi marito si era recato a casa dei genitori per richiedere i soldi che gli spettavano per i lavori fatti; tuttavia non solo suo padre Pino Scalise non glieli ha corrisposti, ma addirittura ha cercato di ucciderlo rincorrendolo con un bastone di legno”. In merito la donna oggi ha riferito che lei non era presente “me lo ha raccontato mio marito, forse ho travisato”. E, ancora, chiede il Pm se nel corso di incontri conviviali in famiglia abbia avuto modo di ascoltare di attività illecite e, in merito all’accaparrarsi dei lavori la donna ha riferito: “So che volevano lavorare per guadagnare, ma non so come”.
In riferimento all’omicidio dell’avvocato Pagliuso la Raso dice: “l’ho appreso in televisione mentre eravamo a pranzo” ma, “non ricordo” ha aggiunto incitata dal Pm su cosa avessero detto i familiari del mio marito appresa la notizia. Ancora una volta coadiuvata dai verbali il Pm Reale legge: “lo accusavano di ‘difendere persone che non doveva difendere’ riferendosi ai Mezzatesta in relazione al duplice omicidio avvenuto al bar di Luciano a Decollatura in cui erano stati uccisi Vescio Giovanni e Iannazzo Francesco”. La Raso sul punto afferma: “Secondo loro era sbagliato difendere quelli la per il fatto successo nel bar” e precisa: “Non mi sembra che abbia detto così io” e, ancora “Non mi sembra di aver sentito che volessero uccidere l’avvocato Pagliuso”. Alla domanda: conosce Gallo Marco? la donna dice di averlo visto “solo una volta. Da mio suocero. Ma non sapevo chi era”. Sul punto il pm contesta che nei verbali ha parlato di due episodi ma la donna oggi in aula si reputa sicura che si trattava di una sola volta: “Ho chiesto chi era a mia suocera e mi disse che era lui”.
Dati i molti “non ricordo”, è intervenuto anche il Presidente del collegio in considerazione della recente data al quale il verbale si riferisce. La donna con forza afferma: “Noi ci siamo rivolti alla legge solo per il fatto che mio marito è stato minacciato di morte. Volevamo essere aiutati”. La donna parla di minacce subite da alcune persone in modo anonimo e, in particolare, racconta un episodio nel cantiere dove il marito lavorava: “gli hanno liberato due pitbull sul lavoro. Se lo avessero preso lo avrebbero sbranato. Prima è stato minacciato a parole e poi con i fatti”. Altro episodio emerso oggi in aula e riferito dalla Raso: “Una persona con viso travisato ci ha fermati con la macchina: dovevamo incolpare il padre e il fratello”. La signora parla di questo “attentato” che sarebbe avvenuto tra agosto e settembre da qui, sottolinea ancora “siamo andati via dalla Calabria per questo”.
Nel corso del controesame su domande dell’avvocato Ferraro chiarisce che i fatti sono stati denunciati in caserma: “La prima volta mio marito non me l’ha detto subito… una volta una persona ci ha fermati con mio marito… gli diceva che doveva rivolgersi alla legge di parlare che i suoi erano colpevoli di qualcosa” e, aggiunge: “una volta ci hanno fatto luce anche mentre dormivamo di notte”. Successivamente è Pino Scalise a rendere dichiarazioni spontanee: “in merito a quanto detto da mia nuora”, precisa: “a Gallo io non l’ho mai visto, l’ho conosciuto in carcere. A casa mia, mai visto in mia presenza”. E, ancora: “mia nuora dei lavori non sa nulla in quanto noi parlavamo in ufficio. In casa non volevo sentir parlare più di lavoro. Il resto erano menzogne”. Scalise aggiunge: “Mai forzato le ditte”. E in merito all’avvocato Pagliuso dice: “non abbiamo mai impedito all’avvocato di difendere… come si chiamano… i Mezzatesta. Poi abbiamo cambiato avvocato e amici come prima”. “Quando ho saputo che è morto ho pianto per me era un grande amico”, conclude.
Sul banco dei testimoni è il turno di Antonio Scalise che racconta di aver lavorato con escavatori e mezzi meccanici con il padre e il fratello “già da piccolo e, ogni tanto, anche con qualche altra ditta”. Parla anche lui del trasferimento con la moglie al Nord questo perché “a fine marzo dei soggetti mi hanno minacciato. Sono andato dalle autorità. È tutta una messa in scena, una recita”. Scalise parla di soggetti ai quali si riferisce come “quelli della cartella” che lo avrebbero minacciato tra fine marzo e inizi di aprile. Il Pm gli chiede se conosce Marco Gallo? “Non proprio. L’ho conosciuto così in un bar giusto per un caffè. Verso la zona di Falerna ci siamo trovati per caso. Si conoscevano per dei lavori di telecamere con mio fratello”. E, racconta un altro episodio: “Una volta facevo uno scavo si è trovato passando ci ha visto e ci ha detto vi serve qualcosa? Io ero con un altro operaio”. Riferisce di non averlo mai visto a casa di suo fratello o di suo padre. Scalise, sollecitato da altre domande del Pm ha parlato di frasi che “sono state tutte ricostruite”, di “menzogne”. Il Pm ha quindi posto delle contestazioni in merito al verbale del 25 giugno 2022: “Quelle cose me le hanno fatte scrivere”, ha detto in aula Scalise in una deposizione contornata dai “non ricordo”. “Mi hanno usato come uno scudo di ferro”, ha detto ancora Antonio Scalise senza però chiarire meglio oltre. Il processo è stato poi rinviato a gennaio.
R.V.
© RIPRODUZIONE RISERVATA