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Lamezia Terme - Rimane sotto sequestro il Banshee, noto locale della movida giovanile lametina in piazza Mercato Vecchio, a cui erano stati posti i sigilli nel maggio 2016, dal Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro , guidati dal tenente colonnello Michele Di Nunno, ed dal gruppo della Guardia di Finanza di Lamezia, in esecuzione di un provvedimento cautelare richiesto dalla procura della Repubblica e disposto dal Gip del Tribunale di Lamezia Terme, Francesco Aragona. A proporre la richiesta di riesame sul sequestro del locale, la signora Rosa Massimilla, indagata insieme ai figli Luigi, Franco, Alessandro e Luciano Trovato, in quanto ritenuta intestataria fittizia del locale, quando la disponibilità e la gestione erano, invece, affidati completamente ai figli. La richiesta di Riesame non è stata accolta dal Tribunale del Riesame di Catanzaro, presidente Giuseppe Valea e a latere i giudici Teresa Guerrieri e Federico Zampaoli. 

I destinatari della misura cautelare, infatti, erano stati i quattro fratelli, già condannati per traffico di stupefacenti, detenzione illegale di armi e delitti contro il patrimonio. I Trovato, più volte, infatti, sono stati coinvolti in operazioni di polizia volte a contrastare la criminalità organizzata che hanno interessato la piana lametina.

Dalle indagini condotte dalle fiamme gialle sarebbe emerso come gli indagati, al fine di eludere le disposizioni normative in materia di misura di prevenzione ed evitare, pertanto, la sottrazione del bene da parte dell’autorità giudiziaria, abbiano fittiziamente intestato l’attività economica ad un prestanome. Ad incastrare i quattro fratelli, alcune foto sui social network.

La gestione fittizia, “trova - si legge nell’ordinanza del Tribunale del Riesame - nell’attività investigativa condotta dalla Guardia di Finanza - Nucleo di Polizia Tributaria - di Catanzaro, molteplice elementi di conforto”. Elementi che i giudici hanno ritenuto fondamentali: secondo le indagini, infatti, è stato accertato che Luciano Trovato avrebbe acquistato materiale edile per la ristrutturazione del locale nel periodo tra dicembre 2012 e febbraio 2013, “immediatamente antecedente e compatibile con l’inizio dell’attività”. Alessandro Trovato, poi, “pur in mancanza di rapporto di lavoro, risultava essere presente nel locale provvedendo alla gestione dell’esercizio commerciale, come servire i clienti al banco e ricevere i pagamenti alla casa. Inoltre, è emerso - aggiungono i giudici - nel corso di un colloquio captato all’interno della Casa circondariale di Palmi tra Trovato Franco, Massimilla Rosa e Trovato Alessandro, che il primo dava indicazione alla madre su alcuni aspetti gestionali afferenti il locale, indirizzandola anche sul personale da assumere, indicazioni, che trovavano l’assenso di Trovato Alessandro”. Per quanto riguarda Luigi Trovato, il numero di utenza del cellulare riportato su un sito internet con riferimento al locale in questione, era intestato al figlio primogenito Antonio. “

Per quanto riguarda le osservazioni della difesa “non consentono - scrivono i giudici - di pervenire a risultati appaganti nella direzione auspicata dalla deducente difesa, poiché gli elementi portati a sostegno di tale prospettazione […] rimangono sempre sul piano formale e non fanno emergere la effettività della gestione dell’attività commerciale che, per quanto sopra evidenziato, rimaneva appannaggio esclusivo dei germani Trovato”. 

D’altro canto, secondo i giudici, la madre ha accordato “deliberatamente e consapevolmente” ad intestare a suo nome la ditta in maniera fittizia anche per le vicende giudiziarie che negli anni hanno visto coinvolti i fratelli Trovato al fine di evitare eventuali sequestri preventivi. 

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