
Vibo Valentia - Il gip distrettuale di Catanzaro Abigail Mellace si è riservata di decidere sulla richiesta avanzata dalla Dda di Catanzaro di sospensione dal servizio del poliziotto Antonio Wladimiro Pititto, 44 anni, indagato nell'inchiesta che ieri ha portato all'arresto dell'ex capo della squadra mobile di Vibo Valentia Maurizio Lento, del suo vice Emanuele Rodonò e del legale di alcuni boss della cosca Mancuso, l'avvocato Antonio Galati. Il poliziotto, che presta servizio alla Digos di Vibo Valentia, è indagato per violazione del segreto d'ufficio perché avrebbe fornito notizie su un'indagine della guardia di finanza di Milano sfociata poi nell'operazione Minotauro, ad Aurelio Maccarone, zio del genero del boss Pantaleone Mancuso, alias "Vetrinetta".
Pititto, assistito dagli avvocati Marcello Scarmato e Franco De Luca, ha risposto alle domande del gip contestando le accuse mosse a suo carico. In particolare, l'agente ha sostenuto di non avere visto né acquisito nulla sull'indagine in corso sui Maccarone, aggiungendo che non sarebbe stato nemmeno nelle condizioni di farlo perché nel suo ufficio non aveva accesso al sistema informatico. Infine ha specificato di avere dato solo una conferma ad un'informazione che gli stessi Maccarone avevano già acquisito. I legali di Pititto hanno fatto rilevare come il tutto possa essere ricondotto ad una leggerezza del loro assistito, più che ad una vera rivelazione del segreto.
Dal giugno 2009 al novembre 2011 la squadra mobile di Vibo Valentia "non ha svolto alcuna attività investigativa su quella che, pacificamente, è da sempre la cosca 'ndranghetistica più pericolosa della provincia di Vibo Valentia", i Mancuso di Limbadi. Ad evidenziarlo è il gip distrettuale di Catanzaro nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dei funzionari di polizia Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, ex capo e vice della mobile vibonese, e dell'avvocato Antonio Galati, accusati, i primi due di concorso esterno, ed il terzo di associazione mafiosa. Ma la squadra mobile vibonese, sotto la gestione Lento-Rodonò, terminata nell'autunno 2011, non solo si è caratterizzata, secondo il gip, per "inerzia investigativa", "ma si è addirittura sottratta dal partecipare ad attività di indagine sui Mancuso pianificate dalla Dda". Una situazione determinatasi, secondo la Procura antimafia di Catanzaro, per i legami intrecciati da Lento e Rodonò con l'avv. Galati. Una inerzia, scrive ancora il gip della sua ordinanza, che come emerge "dalla bocca di uno dei protagonisti, il dottor Rodonò, lungi dall'essere stata determinata da mera incapacità (se non come eventuale concausa) sia stata oggetto di una consapevole determinazione imposta dall'esterno e subita senza alcuna resistenza''. Al riguardo, nelle carte è riportata l'intercettazione di un colloquio avvenuto in automobile, poco prima del trasferimento di Rodonò, nel quale il funzionario, parlando con Galati, dice: "ho un debito di fedeltà, punto e basta!... l'ho assolto! basta, antò! .. fedeltà per motivi gerarchici e fedeltà per... per motivi di amicizia!... basta!... punto e basta! e tu sai a cosa mi sto riferendo... Io questo dovevo fare e questo ho fatto, perché se no quella occupava!... io sono arrivato qua per questo motivo!... e per questo stesso motivo, sto pagando colpe che non sono mie!... basta!... Mi voglio togliere lo sfizio di leggermi la storia di questa gente su cui io non ho potuto indagare!". Affermazioni, scrive il gip, che "lasciano annichiliti". "Chi sia stato il superiore che aveva costituito un freno alla 'capacità' investigativa del dottor Rodonò - conclude il gip - non risulta compiutamente accertato, pur essendo palese che esso va cercato tra i suoi superiori dell'epoca".
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