Salta al contenuto principale

Faldoni-Tribunale_bda24_1d98e.jpg

Reggio Calabria - Il collaboratore di giustizia Sebastiano "Seby" Vecchio, che ai pm della Dda di Reggio Calabria ha riferito che l'ex consigliere regionale della Calabria Alessandro Nicolò "fu appoggiato anche dai Serraino", "avrebbe dovuto elencare le utilità di ritorno che sarebbero state promesse o garantite o prestate ai sostenitori; e di questo nel narrato del dichiarante non c'è neanche pallida traccia, anche perché non è stato nemmeno sollecitato dagli inquirenti ad esporre tale fondamentale dettaglio". Lo affermano in una nota gli avvocati Corrado Politi e Renato Milasi, difensori di Nicolò, attualmente detenuto perché imputato di associazione di stampo mafiosa.

"Ed ancora - proseguono i legali - allorché si menziona, l' 'assunzione' di Pasquale Repaci nello staff del politico, illazionando che si sia trattato di scambio di favore perché questi era legato in via di affinità, ma neanche tale, con un boss mafioso, forse sarebbe stato utile far conoscere che a tale incarico aspirava fortemente Sebastiano Vecchio, già poliziotto in servizio, che trasferito per motivi disciplinari a Venezia, sede di lavoro lontana dai suoi interessi e che ovviamente non voleva raggiungere, pretendeva di essere comandato o distaccato presso la Regione Calabria, operazione che era vietata dalla legge, allora, potendosi soltanto accreditare nel ruolo presso la detta struttura soltanto i già dipendenti regionali, quale era da oltre venti anni appunto il soggetto che vi fu aggregato, rimasto peraltro immune da sospetti di correità di sorta. Altrettanto utile sembra sottolineare che l'affissione sulla vetrina di un supermercato in San Sperato di un manifesto pubblicitario del candidato Nicolò, in disparte della suggestione che tale esposizione rappresentasse un segno 'plateale' di sostegno elettorale nel territorio in ragione della presunta caratura mafiosa del titolare dell'esercizio - concludono Politi e Milasi - tale 'rafforzato' epifenomeno potrebbe essere meglio intravisto e compreso qualora fosse noto che la rimozione da parte dei carabinieri del manifesto, ma non solo di quello, fu fatta a seguito di vibrata denuncia all'Arma, ed anche alla Polizia municipale, di Alessandro Nicolò, che richiese un immediato intervento di legalizzazione generale della pubblicità murale, appunto per non incorrere nelle sanzioni dell'affissione abusiva degli strumenti di propaganda al di fuori degli spazi comunali consentiti".

Segui il Lametino
Le notizie di Lamezia e della Calabria, dove preferisci tu.