
Reggio Calabria - "Sul territorio della provincia di Reggio Calabria continuano a manifestarsi gli effetti nefasti di quella pax mafiosa probabilmente sottoscritta con l'estremo sacrificio del sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonino Scopelliti, i cui assassini sono ancora senza nome". Lo ha detto il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, incontrando i giornalisti per illustrare i particolari dell'operazione che ha portato al fermo da parte dei carabinieri di 26 presunti affiliati alla 'ndrangheta. "La mia esperienza, però, mi induce ad affermare - ha aggiunto Cafiero de Raho - che, grazie all'impegno della magistratura e delle forze dell'ordine di Reggio Calabria, quell'omicidio arriverà ad essere acclarato in ogni sua parte di responsabilità".
Antonino Scopelliti fu ucciso in un agguato il 9 agosto del 1991 a Campo Calabro, il centro della provincia di Reggio Calabria di cui era originario e dove trascorreva da sempre le vacanze estive. Per l'assassinio del magistrato di Cassazione il processo d'appello svoltosi a Reggio Calabria si concluse il 14 novembre del 2000 con l'assoluzione di alcuni dei maggiori esponenti di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benedetto "Nitto" Santapaola, che erano accusati di essere stati i mandanti dell'omicidio di Scopelliti. La sentenza d'appello ribaltò all'epoca quella del processo di primo grado, che si era concluso con la condanna all'ergastolo di tutti gli imputati. La tesi dell'accusa, all'epoca, era che Scopelliti fosse stato ucciso in vista del maxiprocesso a Cosa nostra in Cassazione in cui avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa. Tesi che fu smentita dai giudici della Corte d'assise d'appello.
De Raho: "Se cittadino denuncia risposta Stato arriva"
"Quando il cittadino denuncia le richieste estorsive si interrompono sempre e la risposta dello Stato arriva in breve tempo". Lo ha detto il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, commentando stamani i risultati dell'operazione Sansone, che ha visto 300 uomini tra Carabinieri e Ros, eseguire 26 fermi di indiziati di delitto disposti dalla Direzione distrettuale antimafia nei confronti di presunti esponenti di 'ndrangheta. Almeno una ventina i casi di estorsione, tentate o consumate, emerse nel corso dell'indagine, e solo in due casi la denuncia. Un controllo del territorio asfissiante, raccontato dal comandante del Ros, il generale Giuseppe Governale: "Il controllo del territorio e' cosi' forte che non hanno bisogno neanche di atti eclatanti, basta spendere un nome ed e' una garanzia nel controllo del territorio". Ma anche l'impegno del Ros sul territorio è altissimo, e basta una denuncia per ottenere giustizia.
"I cittadini devono sapere - ha rimarcato il procuratore - che possono liberarsi dal giogo dell'estorsione, ci basta anche solo un nome, un input da cui partire". Le indagini, in particolare, partite dalla caccia all'ex latitante Domenico Condello, latitanza durata 20 anni, hanno ricostruito le dinamiche della cosca Zito-Bertuca operante a Villa San Giovanni.
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