
Reggio Calabria, 17 luglio - E' scattata all'alba di questa mattina un'operazione condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e dalla Compagnia di Villa San Giovanni per dare esecuzione a sei ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati alla cosca Nasone - Gaietti di Scilla. Dalle indagini coordinate dalla Dda reggina è emersa la capillare pressione estorsiva esercitata dalla cosca su imprenditori impegnati nei lavori di ammodernamento dell'autostrada A3. Gli arresti sono la prosecuzione dell'operazione "Alba di Scilla" portata a termine il 30 maggio scorso con 12 fermi. Decine, secondo l'accusa, i danneggiamenti effettuati dalla cosca sul territorio per imporre la forza intimidatrice della 'ndrangheta.
L'inchiesta della Dda di Reggio Calabria ha potuto contare sulla collaborazione "particolarmente preziosa", di alcuni imprenditori. Questi hanno deciso di non sottostare al giogo mafioso e di denunciare le richieste estorsive. Le denunce di alcuni dipendenti dell'impresa taglieggiata, che hanno raccolto l'appello lanciato dai magistrati della Dda reggina il giorno della conferenza stampa dell'operazione "Alba di Scilla", hanno fornito un apporto rilevante alla definizione dei dettagli di tutta la vicenda.
In manette anche tre operai cantiere
Tra gli arrestati di oggi ci sono anche tre operai accusati di essere collusi con la 'ndrangheta ed impegnati nei lavori di ammodernamento dell'autostrada A3. I tre, Francesco Alampi, Giuseppe Piccolo e Francesco Spanò, insieme a Francesco Nasone, ritenuto elemento di spicco della cosca e già detenuto dopo l'operazione 'Alba di Scilla', sono accusati di estorsione e furto aggravato dall'aver favorito un sodalizio di tipo mafioso. Gli operai, che svolgevano anche funzioni di rappresentanza dei lavoratori dell'azienda, e Spanò ricopriva anche il ruolo di rappresentante sindacale, erano dipendenti della ditta Santa Trada che aveva vinto un subappalto dei lavori e, secondo l'accusa, estorcevano denaro alla ditta appaltante. In particolare i tre sono accusati di avere rubato, nell'aprile scorso, materiale da lavoro e avere danneggiato un furgone della ditta. Quindi era seguita una richiesta di denaro per la restituzione del materiale e per mettere "a posto" il cantiere. Gli operai accusati di essere collusi, che secondo le indagini si muovevano sotto le direttive di Nasone, per l'accusa erano veri e propri grimaldelli che, agendo dall'interno, potevano muoversi liberamente sul cantiere, senza destare sospetti. Avvicinavano le vittime con le loro richieste che poi venivano riportate ai vertici dell'organizzazione, per concertare le modalità di intervento. Con un secondo provvedimento sono stati arrestati Giuseppe Fulco, 41 anni, anche lui già detenuto dopo essere stato arrestato in flagranza di reato il primo giugno 2011, e sua madre Gioia Nasone, 68 anni, cui sono stati contestati l'associazione di tipo mafioso. Fulco, nipote diretto del defunto boss di Scilla Giuseppe Nasone, secondo l'accusa, si è più volte recato su un cantiere esigendo da un imprenditore 6.000 euro, pari al 3% dell'importo dei lavori, come condizione necessaria alla prosecuzione degli stessi. In questo caso, secondo l'accusa, la cosca ha esercitato la pressione con due danneggiamenti subiti dalla ditta nel cantiere Anas nel tratto Scilla-Favazzina sulla statale statale 18. La madre svolgeva secondo le indagini il ruolo di collante tra il figlio recluso ed i vertici del clan.
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