
Reggio Calabria - Tre persone avevano pianificato un omicidio per un affronto subito ma, per una casualità, non sono riusciti a metterlo in atto. I tre, appartenenti alla cosca dei Pesce di Rosarno, sono stati fermati dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria in esecuzione di un decreto emesso dalla Dda con l'accusa di associazione di tipo mafioso, porto e detenzione illegale di armi comuni e da guerra, aggravate dalle finalità mafiose e tentato omicidio.
Fermi intercettati in chat su smartphone
Si collegavano su smart phone utilizzando chat che sono state intercettate. Biagio Arena di 31 anni, Rosario Rao 32 anni e Vincenzo Cannatà 38 anni, sono i tre presunti affiliati alla cosca Pesce della 'ndrangheta fermati dai carabinieri, su disposizione della Dda di Reggio Calabria, con l'accusa di tentato omicidio, aggravato dalle modalità mafiose, e detenzione e porto di armi da guerra. I tre sono stati trovati in possesso di un mitra kalasnhikov, una pistola semiautomatica Glock ed una pistola Uzi, con relativo munizionamento.
Biagio Arena è il figlio di Domenico, attualmente detenuto e condannato a 8 anni di reclusione nell'ambito del processo All Inside. Rosario Rao, cugino di Arena, è come lui nipote del boss Vincenzo Pesce, di 54 anni, attualmente in carcere anche lui per il processo All Inside. Vincenzo Cannatà è parente di esponenti della cosca Pesce come Saverio Marafioti 48anni, il costruttore dei ''bunker'' utilizzati dalla cosca, e Antonio Pronestì 46 anni accusato di favoreggiamento nei confronti di Francesco Pesce, detto Cicciu testuni 35 anni. I tre avevano scelto di utilizzare la comunicazione via chat credendo di poter interagire in maggiore sicurezza e non essere intercettati. Dai messaggi, scambiati per via telematica da Arena, Rao e Cannatà, gli investigatori hanno potuto captare le immagini relative alla cessione di una mitragliatrice e della pistola semiautomatica appositamente modificata per esplodere colpi a raffica. In questa indagine, così come nelle altre riguardanti la cosca Pesce, prezioso si è rivelato il contributo della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore.
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