
Lamezia Terme – Dovrà celebrarsi nuovamente il giudizio di riesame al Tribunale di Catanzaro per quanto riguarda la posizione di Domenico Antonio Cannizzaro, presunto affiliato alla cosca omonima di 'ndrangheta lametina e ritenuto il mandante dell’omicidio di Gennaro Pulice, fotografo lametino con un passato da carabiniere, ucciso a Lamezia Terme il 16 dicembre del 1996. La Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, infatti, ha accolto il ricorso dell’avvocato Lucio Canzoniere, e ha annullato con rinvio la decisione del Tribunale della Libertà di Catanzaro che aveva confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Cannizzaro quale mandante dell’omicidio di Gennaro Ventura.
Il processo a carico di Cannizzaro è in corso al Tribunale di Catanzaro, con rito abbreviato condizionato mentre per Gennaro Pulice, ora collaboratore di giustizia, autoaccusatosi di essere il killer di Ventura, è in corso un altro processo, sempre a Catanzaro e pe rlui la pubblica accusa ha chiesto la condanna a dieci anni di reclusione.
La svolta nelle indagini per questo delitto, è avvenuta giugno dello scorso anno quando, dopo accurate indagini si è arrivati alla svolta, l’accusa sostiene, infatti, che l’omicidio sarebbe stato deciso e programmato da Domenico Antonio Cannizzaro per vendetta. Ventura, infatti, durante gli anni di servizio come carabiniere alla Stazione di Tivoli, aveva identificato Raffaele Rao, 56 anni, ritenuto uno dei responsabili di una rapina ai danni di un consulente tecnico dell’A.G. che custodiva un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti presso la propria abitazione. Droga sottratta da due persone che Ventura, per caso, aveva visto scendere dall’abitazione del perito. Rao, che per tale reato fu condannato alla pena di dieci anni di reclusione, è legato da rapporti di parentela con i Cannizzaro. Il "Bibbiano", soprannome di Domenico Cannizzaro, riteneva l’arresto ingiusto, da qui, la vendetta nei confronti dell'ex carabiniere.
Una volta ucciso, il corpo di Ventura fu fatto sparire, mentre i suoi resti furono trovati casualmente nel 2008 in una fossa per la fermentazione del mosto in una zona di campagna chiamata “Carrà Cosentino” a Lamezia Terme. I resti del suo corpo furono trovati nel corso di una ispezione richiesta da una signora che stava per acquistare il fondo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA