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Cannizzaro_ventura_luogo-delitto.jpgA sinistra Domenico Antonio Cannizzaro e a destra Gennaro Ventura.

Catanzaro – E’ cominciato il processo per l’omicidio di Gennaro Ventura, fotografo di Lamezia con un passato da carabiniere, ucciso a Lamezia Terme il 16 dicembre del 1996. In corte d’Assise a Catanzaro è stato dato il via alla fase preliminare del processo che vede sul banco degli imputati Domenico Antonio Cannizzaro, di 50 anni, presunto affiliato alla cosca omonima di 'ndrangheta lametina, indicato come mandante. Per Gennaro Pulice, 38enne ora collaboratore di giustizia, autoaccusatosi di essere l’autore materiale, il processo procederà con rito abbreviato e si avvierà a febbraio.

Come aveva fatto nell’udienza preliminare, il legale di Cannizzaro, l’avvocato Lucio Canzoniere, ha rinnovato la richiesta che il suo assistito venga processato secondo il rito abbreviato condizionato all’escussione di due testi. Una richiesta che, in questa fase, è stata accordata anche dal pubblico ministero Elio Romano. La Corte, però, si è riservata di decidere il prossimo 17 gennaio.

La famiglia del fotografo, ucciso 20 anni fa, si è costituita poi parte civile: il fratello, la sorella e i genitori di Ventura sono rappresentati dall’avvocato Italo Reale.

La svolta nelle indagini per questo delitto, un vero e proprio cold case, è avvenuta a giugno di quest’anno quando, dopo accurate indagini, confrontando anche le dichiarazioni del collaboratore Gennaro Pulice, si è arrivati alla svolta. Gennaro Ventura, ucciso il 16 dicembre del 1996, aveva intrapreso l’attività di fotografo dopo un passato da carabiniere. E sarebbe stato proprio un episodio del suo passato ad essere la motivazione della sua uccisione. Un omicidio per vendetta, “perché aveva svolto il suo dovere”, così avevano commentato gli inquirenti in conferenza stampa. L’omicidio di Ventura, secondo l'accusa, sarebbe stato deciso e programmato da Domenico Antonio Cannizzaro per vendetta. Ventura, infatti, durante gli anni di servizio come carabiniere alla Stazione di Tivoli, aveva identificato Raffaele Rao, 56 anni, ritenuto uno dei responsabili di una rapina ai danni di un consulente tecnico dell’A.G. che custodiva un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti presso la propria abitazione. Droga sottratta da due persone che Ventura, per caso, aveva visto scendere dall’abitazione del perito. Rao, che per tale reato fu condannato alla pena di dieci anni di reclusione, è legato da rapporti di parentela con i Cannizzaro. Il "Bibbiano", soprannome di Domenico Cannizzaro, riteneva l’arresto ingiusto, da qui, la vendetta nei confronti dell'ex carabiniere.

Una volta ucciso, il corpo di Ventura fu fatto sparire, mentre i suoi resti furono trovati casualmente nel 2008 in una fossa per la fermentazione del mosto in una zona di campagna chiamata “Carrà Cosentino” a Lamezia Terme. I resti del suo corpo furono trovati nel corso di una ispezione richiesta da una signora che stava per acquistare il fondo. 

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