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Cannizzaro_ventura_luogo-delitto.jpgA sinistra Domenico Antonio Cannizzaro e a destra Gennaro Ventura. 

Lamezia Terme – Comincerà il 20 dicembre prossimo in Corte d’Assise a Catanzaro, il processo per l’omicidio del fotografo Gennaro Ventura, avvenuto vent’anni fa e che vede imputato, in qualità di mandante, Domenico Antonio Cannizzaro, 50 anni, presunto esponente di spicco dell’omonima cosca Cannizzaro-Daponte.

Oggi al Tribunale di Catanzaro, davanti al Gup Pietro Scuteri, si è tenuta l’udienza preliminare e Cannizzaro, tramite il suo legale, l’avvocato Lucio Canzoniere, ha chiesto di essere processato secondo il rito abbreviato condizionato. Una richiesta che il giudice non ha ammesso e, quindi, per lui il processo si celebrerà con rito ordinario in Corte D’Assise.

Per quanto riguarda l’altro imputato, il collaboratore di giustizia Gennaro Pulice, accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, per lui è stato ammesso il rito abbreviato e l’udienza è stata fissata a febbraio. Il 26 ottobre scorso la DDA di Catanzaro aveva disposto il giudizio immediato per entrambi.

La svolta nelle indagini per questo delitto, un vero e proprio cold case, è avvenuta a giugno di quest’anno quando, dopo accurate indagini, confrontando anche le dichiarazioni del collaboratore Gennaro Pulice, si è arrivati alla svolta. Gennaro Ventura, ucciso il 16 dicembre del 1996, aveva intrapreso l’attività di fotografo dopo un passato da carabiniere. E sarebbe stato proprio un episodio del suo passato ad essere la motivazione della sua uccisione. Un omicidio per vendetta, “perché aveva svolto il suo dovere”, così avevano commentato gli inquirenti in conferenza stampa.

L’omicidio di Ventura, secondo l'accusa, sarebbe stato deciso e programmato da Domenico Antonio Cannizzaro per vendetta. Ventura, infatti, durante gli anni di servizio come carabiniere alla Stazione di Tivoli, aveva identificato Raffaele Rao, 56 anni, ritenuto uno dei responsabili di una rapina ai danni di un consulente tecnico dell’A.G. che custodiva un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti presso la propria abitazione. Droga sottratta da due persone che Ventura, per caso, aveva visto scendere dall’abitazione del perito. Rao, che per tale reato fu condannato alla pena di dieci anni di reclusione, è legato da rapporti di parentela con i Cannizzaro. Il "Bibbiano", soprannome di Domenico Cannizzaro, riteneva l’arresto ingiusto, da qui, la vendetta nei confronti dell'ex carabiniere.

Una volta ucciso, il corpo di Ventura fu fatto sparire, mentre i suoi resti furono trovati casualmente nel 2008 in una fossa per la fermentazione del mosto in una zona di campagna chiamata “Carrà Cosentino” a Lamezia Terme. I resti del suo corpo furono trovati nel corso di una ispezione richiesta da una signora che stava per acquistare il fondo. 

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