
Catanzaro - Figura centrale dell'operazione Alibante è Carmelo Bagalà, 80 anni nativo di Gioia Tauro, e considerato dagli inquirenti il capo della cosca che per oltre 30 anni avrebbe controllato i territori di Falerna e Nocera.
Gli affari in famiglia
"In grado di gestire tutti gli affari illeciti - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - si attestava quale dominus, soprattutto, nel settore delle estorsioni, dell'usura, e nella gestione, in modo diretto o indiretto, di diverse attività economiche e finanziarie di quel territorio". Sarebbe stato lui a far fare il salto di qualità alla cosca, trasformandola in un vero e proprio soggetto imprenditoriale, grazie a un nuovo dinamismo impresso anche dalla figlia Maria - agli arresti domiciliari - e indicata come "mente" amministrativa e giuridica della famiglia, dopo essere diventata avvocato ad Aosta. Non solo, aveva assunto anche il ruolo di prestanome della società "Sole srl" ed era l'intestataria dei beni patrimoniali e delle quote societarie della consorteria "costituenti il provento illecito della varie attività delittuose del clan". Per gli inquirenti, il marito Andrea Giunti, indagato anche lui nell'ambito della stessa inchiesta, non solo era a conoscenza dei fatti, ma amministrativa in prima persona e in maniera occulta, assieme a lei e al suocero, le attività della 'CalabriaTurismo srl'. Nelle 432 pagine di ordinanza cautelare, il gip scrive anche come la Bagalà ''unitamente al padre e al marito si sia impegnata nel reperimento di altre risorse economiche di dubbia provenienza, finalizzate a perseguire il programma criminoso della cosca''. Dalle indagini, su Andrea Giunti è emerso che avrebbe organizzato ''operazioni di riciclaggio di denaro''. Non solo, avrebbe anche utilizzato proventi per acquistare una discoteca a Courmayeur. Anche per Giunti, la procura di Catanzaro aveva chiesto la misura cautelare, respinta dal gip che non ha ritenuto ''raggiunta la soglia della gravità indiziaria" nei suoi confronti.
L'albergo dei Fiori
Il cuore dell'indagine verte intorno all'incompiuta dell'albergo dei Fiori a Falerna marina, sul quale si erano poggiate le attenzioni del presunto boss il quale attraverso la Calabria Turismo Srl (secondo gli investigatori intestata a prestanome della cosca) era riuscito a ottenere un finanziamento Por di quasi 600mila euro. L'opera poi non fu portata a compimento per via di un’interdittiva antimafia emessa dalla prefettura di Catanzaro nel 2016 nei confronti della Calabria turismo, ne seguì la revoca dei fondi europei e il fermo dei lavori. Ma è proprio dai lavori dell'hotel dei Fiori che nascono le prime e importanti segnalazioni contro Bagalà. I lavori dell'albergo, infatti, vengono affidati a due ditte che in breve tempo si ritrovano "soffocate" dall'azione del presunto boss. I due imprenditori sono costretti ad assumere personale segnalato, a firmare assegni post datati fino ad assistere al fallimento delle proprie aziende. Da qui la decisione di rivolgersi alla magistratura e di denunciare tutte le azioni estorsive e minatorie di cui sarebbero stati vittima.
Le infiltrazioni nella politica
Bagalà, però, secondo gli inquirenti andava ben oltre la logica del profitto e sarebbe stato in grado di condizionare e infiltrare le amministrazioni comunali di Falerna e Nocera, inquinando - secondo gli inquirenti - le campagne elettorali e le successive scelte amministrative. E, infatti, risultano coinvolti nell'indagine - ed entrambi ai domiciliari - l'ex sindaco di Falerna Giovanni Costanzo e l'attuale vicesindaco di Nocera Terinese, Francesco Cardamone. Costanzo, in qualità di sindaco sarebbe stato "indispensabile affinché tale società potesse beneficiare dei contributi pubblici (per l'albergo dei Fiori, ndr) - scrivono gli inquirenti - Tale vicenda, lungi dal risolversi in un episodio isolato, appare sintomatica dell'esistenza di un accordo radicato frutto di reciproche cointeressenze illecite tra il Bagalà ed il Costanzo, tanto che i due avrebbero, tempo addietro, stretto un patto elettorale politico - mafioso". Cardamone, anche in virtù della sua professione di appuntato dei carabinieri, si sarebbe speso a favore di Bagalà, fornendo ad esempio una serie di notizie coperte da segreto istruttorio: "L'elezione del Cardamone (nel 2018, ndr) - secondo gli inquirenti - era resa possibile dal proficuo appoggio del Bagalà, legato alla famiglia del Cardamone da vincoli di amicizia e parentela".
Le richieste di una coppia per un aborto illegale
Bagalà viene indicato dagli inquirenti come il diretto controllore di un vasto territorio e non solo per le vicende legate agli investimenti turistici e all'avvicendarsi delle amministrazioni comunali. A lui ci si rivolgeva per la ricerca di un lavoro, per sanare dissidi di famiglia e in un caso - riportato nelle carte dell'inchiesta -anche per riuscire ad accedere a un'interruzione di gravidanza che per legge non si sarebbe potuta realizzare perchè al di fuori dei termini temporali consentiti dalla legge 194.
"Ulteriore vicenda emblematica, da cui è possibile desumere il livello di pervasità raggiunto rispetto al controllo del territorio e al profondo riconoscimento del potere esercitato da Bagalà - scrivono i magistrati - è costituita dalla richiesta di un aborto illegale". La donna aveva infatti superato il termine di legge consentito per l'interruzione di gravidanza e non sussistendo rischi per la sua salute si era imbattuta nel rifiuto della ginecologa a procedere con l'interruzione. "Non è dato sapere per quale canale - spiegano gli inquirenti - ma fatto sta che l'intervento del Bagalà sortiva effetto e la donna fu sottoposta (in una struttura pubblica, ndr) ad aborto terapeutico".
G.V.
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