
Vibo Valentia – A più di dieci anni di distanza da alcuni fatti omicidiari che hanno insanguinato il vibonese, dopo indagini della Squadra Mobile di Catanzaro e Vibo, Servizio Centrale Operativo di Roma, sotto il coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, si è riusciti a fare piena luce, ricostruendo movente, dinamiche, mandanti ed autori materiali.
Tutto parte dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, sia quelli delle cosche di Vibo, come Andrea Mantella e Raffaele Moscato, ma anche di quelli della zona di Lamezia, con in testa Giuseppe e Pasquale Giampà. Un vero e proprio sodalizio, il loro, fatto di scambi di favori tra cosche che si risolvevano in omicidi da una parte all’altra della costa tirrenica.
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Particolari, questi, che sono emersi nel corso della conferenza stampa alla Questura di Vibo: e proprio il questore di Vibo, il dottor Filippo Bonfiglio, ha fatto gli onori di casa, rimarcando l’importanza dei collaboratori ma, soprattutto, la bontà delle indagini. Otto le custodie cautelari, quattro per personaggi già in carcere, altri quattro, invece, catturati nella notte.
“Il senso della mia presenza qui è far capire la nostra attenzione costante su questo territorio ad alta densità di ‘ndrangheta” ha commentato il procuratore Capo della Dda, Nicola Gratteri, che ha aggiunto come “a breve sarà potenziata la pianta organica perché non si può fare altrimenti in un territorio con una ‘ndrangheta da serie A”. Una indagine di qualità, l’ha definita il procuratore che ha poi spiegato come già dal giorno dopo del suo insediamento avesse avuto modo di parlare con il collaboratore Mantella che “dalla prima ora ha parlato di fatti omicidiari in cui si accusava in maniera diretta, parlando anche di questi omicidi in particolare”. Un fatto che, come ha sottolineato il procuratore, evidenzia la credibilità di questi pentiti.

“Sono evidenti i collegamenti e le dinamiche tra le cosche lametine e vibonesi per scambiarsi i killer negli omicidi”: così il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri che ha spiegato come queste “Non sono indagini su singole cosche ma bisogna leggere i fenomeni delittuosi in ambito territoriale più ampio”. Nell’omicidio di Mario Franzoni, infatti, risalente a 15 anni fa, i killer furono proprio due esponenti della cosca lametina: Vincenzo Giampà, destinatario del provvedimento, che guidò la moto, mentre a sparare materialmente fu Domenico Giampà, ora collaboratore di giustizia.
“Franzoni fu ucciso perché minacciò i figli di Francesco Barba e in cambio promise la costruzione di due villette”, ha spiegato il capo della Mobile di Vibo Giorgio Grasso, che ha poi spiegato come, invece, per l’omicidio Pugliese Carchedi ci sarebbe doppio movente. Il primo, quello d’onore, perché Pugliese Carchedi aveva continuato ad avere una relazione con la figlia minorenne di Felice Nazzareno, nonostante tentarono anche di ucciderlo in un primo momento. Ma quella principale, ha sottolineato Grasso, era che “fosse insofferente alle regole del clan”. Particolari sugli omicidi sono stati eviscerati anche dal Capo della Mobile di Catanzaro, Nino De Santis: “E’ stato fatto un lavoro certosino, con le dichiarazioni di collaboratori informatissimi ma soprattutto con una ricerca serrata di riscontri”. E De Santis ha sottolineato il lavoro fondamentale della scientifica, “l’unico testimone oculare dell’omicidio Pugliese Carchedi è Macrì che è scampato all’agguato: ci fu uno speronamento con un’auto che Macrì identificò in una Mercedes, mentre Moscato identificò in una Renault 5, di cui un frammento di faro fu proprio trovato dopo l’agguato”. “Questo ci dimostra la credibilità di questo collaboratore”. Il dottor Garofalo del Servizio Centrale Operativo ha spiegato come “una realtà come questa richiede molto lavoro”.
Claudia Strangis
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