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Lamezia Terme – I tradimenti, le minacce e le accuse di omicidio: queste le “cause” che determinarono l’affiliazione della cosca della “montagna” degli Arcieri – Cappello alla cosca Giampà. A raccontarle in aula stamane, nel processo Perseo per 21 imputati che hanno scelto il rito ordinario e di fronte al collegio dei giudici (Fontanazza presidente, Aragona e Monetti a latere) è stato Saverio Cappello, figlio di Rosario, uno dei reggenti della ‘ndrina che dalla fine del 2003 è diventata parte integrante della cosca lametina dei Giampà. Ricevuta la prima dote da ‘ndranghetista, la “camorra”, conferitagli dallo zio Vincenzo Arcieri e da Pasquale Lupia, vecchio affiliato della cosca della “montagna”, Saverio Cappello ha spiegato poi di averne ricevuta una seconda, la quarta da “Santista”, nel 2011, quando si trovava come detenuto nel carcere di Siano, dopo essersi trasferito da quello di Vigevano in seguito all’arresto nelle operazioni “Crimine” e “Infinito”, per le quali poi fu condannato per traffico di droga ed estorsioni.

L’ex affiliato e ora collaboratore di giustizia dal 2012 ha raccontato in aula che dopo la rottura con i Cerra-Torcasio-Gualtieri, i Giampà avevano avuto il sospetto che il padre avesse preso parte in qualche modo all’omicidio di Pasquale Giampà detto“buccaccio”, e per questo cominciarono una serie d’incontri chiarificatori tra i membri delle due famiglie. Per dimostrare l’estraneità agli omicidi compiuti in quei primi anni del 2000 e per divenire parte attiva e contributiva negli affari della cosca, la “Montagna” avrebbe dovuto, secondo le disposizioni della Commissione, partecipare all’eliminazione dei membri della cosca dei Torcasio, “facendo piazza pulita di alcuni elementi”.

Il primo fu Domenico Zagami, ucciso nell’agosto del 2004, perché la cosca Giampà credeva in un suo coinvolgimento nell’omicidio di Vincenzo Giampà compiuto in un autolavaggio. Saverio Cappello, che guidò la moto che accompagnò il killer Domenico Giampà, ha raccontato nei particolari le modalità di organizzazione, chi fu coinvolto e come e quante volte Giampà sparò contro Zagami “scaricandogli contro il caricatore della pistola”. A seguire ci furono gli omicidi di Giovanni Gualtieri, in una sala giochi del quartiere “Razionale”; di Francesco Zagami, compiuto a pochi mesi da quello del fratello, davanti il piazzale della chiesa del San Raffaele, e quello di Antonio Deodato, cognato di Vincenzo e nipote di Nino Torcasio, che proprio per la sua vicinanza alla cosca avversaria, divenne ben presto un obiettivo da eliminare: “era un periodo pieno di omicidi – ha spiegato in aula Cappello rispondendo alle domande del pubblico ministero Elio Romano – perché appena si localizzava un soggetto, si procedeva alla sua eliminazione”.

Tra questi omicidi di vendetta, ce ne fu un altro che riguardò, invece, un affiliato alla cosca Giampà: si tratta di Pietro Pulice, killer del gruppo di fuoco ritenuto però “un personaggio instabile” che stava creando problemi alla cosca. La commissione decise che tutta la fase omicidiaria dovesse essere gestita da Saverio Cappello, al suo primo delitto da vero e proprio killer. Proprio per le caratteristiche sfuggenti di Pulice, ha spiegato in aula, era difficilmente rintracciabile e per questo fu deciso che non appena si fosse presentata l’occasione sarebbe stato eliminato. Ad ucciderlo, comunque, fu lo stesso Saverio Cappello che gli sparò diversi colpi al petto in una stalla di proprietà di suo zio Vincenzo Arcieri. Successivamente alla sparatoria, insieme a suo zio Vincenzo Ventura, Cappello ha raccontato di aver caricato nel bagagliaio dell’auto il corpo di Pulice per poi dargli fuoco successivamente in una zona di montagna a Piano Luppino nei pressi della strada che porta a San Mazzeo, un’auto che poi fu ritrovata solo qualche giorno dopo. Con questo si è conclusa oggi una prima parte dell’esame del collaboratore che riprenderà a parlare la prossima settimana.

C.S.

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