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Roma - "I pentiti che, nell'ambito del processo penale, hanno avuto un impatto formidabile a favore della giustizia e dello Stato, sul tema dell'aggressione dei patrimoni hanno inciso molto di meno". Lo ha rivelato Giuseppe Pignatone, capo della procura di Roma, in occasione di un intervento di saluto alla Scuola Superiore di Polizia mandato in onda da Klaus Davi nel suo programma "KlausCondicio" su You Tube. "Cito a memoria - ha raccontato Pignatone - la risposta che ci diede Antonino Giuffrè, probabilmente il più importante dei collaboratori siciliani degli anni 2000, un vero capo, oltre che uno dei vari 'bracci destri' di Provenzano che confessò tranquillamente delitti terrificanti, stragi, omicidi, commessi sia da lui che dai suoi famigliari e da tanti altri.

Un giorno andai da lui e gli dissi: 'Signor Giuffrè, contiamo su di lei per sequestrare i beni delle cosche a cominciare dai suoi'. E lui mi rispose: 'Dottore, questo è un discorso un pochino delicato, ho bisogno di pensarci". "Nella mentalità mafiosa - ha precisato Pignatone - è più facile parlare della partecipazione propria e di altri a una strage, a un omicidio, a un'estorsione o a un'usura, piuttosto che parlare dei soldi. Questo è un discorso delicato e, in effetti, anche il contributo di Giuffrè è stato sempre molto meno importante nel campo patrimoniale che nel campo omicidiario. Poi c'è anche una spiegazione oggettiva che ci aiuta a capire perchè non abbiamo raggiunto questi grandi risultati con i collaboratori di giustizia. Perchè tra i delinquenti e i mafiosi nessuno, se ha ricchezze occultate adeguatamente in Sicilia o in Calabria, lo va a raccontare in giro. Paradossalmente i segreti sugli investimenti mafiosi sono custoditi con maggior attenzione dagli stessi mafiosi tra di loro, di quanto non sia stata, e sia tuttora, la partecipazione ai delitti".   

Pignatone ha quindi aggiunto che "grazie all'evoluzione della legislazione, a cominciare dal pacchetto sicurezza del 2008, abbiamo cominciato in tante sedi giudiziarie ad aggredire i patrimoni non solo dei mafiosi, ma anche di chi manifesta una pericolosità collegata ad altri tipi di reati. Questo purchè ci sia, diciamo così, un'abitudinarietà a questo fatto".

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