
Lamezia Terme - Quattro anni di reclusione. È questa la richiesta del Pubblico Ministero, Elio Romano, nei confronti di Fedele Filadelfio, 67 anni, difeso dagli avvocati Pino Zofrea e Francesco Iacopino nel corso della sua requisitoria nel processo che vede come unico imputato il 67enne e che si sta celebrando nell’aula Garofalo del tribunale lametino davanti al Presidente Carè e, a latere, i giudici Nania e Martire. Il Pm ha discusso della sua decisione di richiesta di condanna dell’imputato alla luce soprattutto delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Il narrato di alcuni collaboratori come Angelo Torcasio, Battista Cosentino, Giuseppe Giampà con l’aggiunta delle propalazioni di Pasquale Giampà e Gennaro Pulice secondo il Pm hanno fornito elementi importanti ai fini del processo dando conforto alla richiesta di condanna. Il Pm nell’udienza odierna ha sostenuto che, il reato contestato all’imputato di favoreggiamento personale (aiuto a eludere le investigazioni dell'Autorità) aggravato dall’art. 7, fosse rafforzato dagli elementi forniti proprio dai collaboratori che hanno fatto emergere come Fedele Filadelfio abbia intercorso rapporti non solo con singoli soggetti ma con più soggetti appartenenti alla cosca Giampà di Lamezia. Il collaboratore di giustizia Pulice, in particolare, avrebbe fornito un riscontro "storico" della condotta dell’imputato con gli ambienti della criminalità lametina. Altro punto toccato dal Pm nel corso delle sue conclusioni, le testimonianze rese dai testimoni chiamati a riferire in aula nel corso dell’istruttoria dibattimentale. Il Pm Romano ha parlato di “false testimonianze” in particolare in riferimento a due testimoni che, secondo l’accusa, non avrebbero fornito elementi di verità processuale. Nella prossima udienza, fissata per il 30 maggio, si procederà con le discussioni della difesa dell'imputato, la camera di consiglio e, poi, la possibile sentenza.
R.V.
La nota dei legali
Gli avvocati Pino Zofrea e Francesco Iacopino, difensori di Fedele Filadelfio, precisano che, “nella medesima udienza, prima della requisitoria del Pm, chiedevano ed ottenevano dal Tribunale giudicante l'acquisizione al fascicolo del dibattimento di due decreti già resi (sia dal Tribunale che dalla Corte di Appello di Catanzaro) e relativi alla medesima vicenda sia pure sotto il profilo delle connesse misure di prevenzione. Con dette due decisioni, la prima resa in data 21.01.2015 e la seconda in data 08.04.2016, i competenti Giudici hanno rigettato tutte le richieste di applicazione delle misure succennate, avanzate dal PM nei confronti del Fedele Filadelfio, avendone giudicato del tutto insussistenti i presupposti previsti dalla legge ed avendo, altresì, ravvisato la totale mancanza di qualsivoglia pericolosita' sociale nelle condotte attribuite al Fedele dalla Pubblica Accusa”. Inoltre, precisano ancora i legali, “la Suprema Corte di Cassazione, sez. V, che, con sentenza n. 8049 del 13.01.2017, definitivamente pronunziandosi sul punto, ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso proposto dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro, in siffatto modo prosciogliendo quindi sostanzialmente il sig. Fedele Filadelfio”.
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