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Lamezia Terme - Un'udienza breve, quella di stamattina per il processo Perseo, ma che, grazie alla testimonianza del sovrintendente Battaglia, in servizio alla squadra mobile di Catanzaro, si è arricchita di altri particolari sulle indagini riguardanti la cosca Giampá. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Elio Romano, davanti al collegio presieduto dal giudice Fontanazza e a latere dai giudici Aragona e Monetti, Battaglia ha spiegato di essersi occupato di tutte le intercettazioni, ambientali e telefoniche che hanno riguardato gli imputati nell'Operazione Perseo.

Fu proprio dopo aver ascoltato una di queste intercettazioni che, tra il 2011 e il 2012, gli agenti della Mobile capirono che alcuni affiliati alla cosca si sarebbero dovuti recare a Napoli per un carico di droga. Da lì l'organizzazione di un appostamento sull'autostrada Salerno Reggio Calabria, dove fermarono, all'altezza dello svincolo di Lamezia, un'automobile con a bordo due affiliati al clan: Alessandro Torcasio "Cavallo" e Alessandro Villella, all'epoca fidanzato della sorella del boss Giuseppe Giampá. Dopo un'attenta perquisizione, proprio come spiegato minuziosamente dal sovrintendente in udienza, scoprirono, tra le altre cose, anche un pizzino con due messaggi distinti. Uno era di auguri diretti ad un certo Saverio, successivamente identificato con Saverio Giampá, per un imminente matrimonio, mentre il secondo era di morte. Nel pizzino, infatti, erano specificati gli ordini per un omicidio il cui bersaglio sarebbe dovuto essere Ottorino Rainieri. La conferma delle ipotesi degli investigatori arrivò con il pentimento del boss: lo stesso Giuseppe Giampá, infatti, si assunse la "paternità" del pizzino, ammettendo di averlo scritto di suo pugno.

Altre rivelazioni e altri tasselli arrivarono poi anche dagli altri collaboratori che fornirono indicazioni precise su dove trovare i depositi di armi a disposizione del clan e, tra l'altro, anche sopralluoghi, insieme ai pentiti, sui luoghi degli omicidi. Ad accompagnare gli investigatori, furono lo stesso capo clan Giuseppe Giampá e il suo killer di fiducia, Francesco Vasile, che fornirono, insieme ad altri collaboratori, nuovi particolari su delitti che loro stessi avevano ammesso di aver compiuto.  Chiuse le testimonianze della polizia giudiziaria si passerà, dalla prossima udienza del 10 ottobre, a sentire proprio i primi collaboratori in videoconferenza.

C.S.

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