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Lamezia Terme - Nell’aula Garofalo del tribunale, davanti al presidente Fontanazza e ai giudici a latere, Aragona e Monetti, Giuseppe Cappello, 29 anni, in videoconferenza, risponde alle domande del pm Elio Romano. Il collaboratore di giustizia Giuseppe Cappello è figlio di Rosario, già ascoltato nella scorsa udienza nell’ambito del processo Perseo. Il dottor Romano inizia l’esame parlando del “gruppo della montagna”.

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La risposta di Giuseppe Cappello: “A questo gruppo appartenevano mio padre, mio fratello e mio zio Vincenzo Arcieri”. “So che si occupavano di estorsioni, armi, spaccio di droga, anche se io non avevo ruoli e non ho compiuto personalmente attività illecite” specifica Cappello. In merito all’estorsione all’imprenditore Giuliano Caruso del 2011, Cappello ricorda che l’episodio si verificò dopo che “Angelo Torcasio divenne collaboratore di giustizia. Successivamente mi sono recato nel negozio di Giuliano, una gioielleria, e Giuliano mi disse che avrebbe pagato, basta che lo lasciavano in pace. Mi ha dato circa 1.500 euro e abbiamo fatto un accordo di pagare 2.000 euro mensilmente”. Sulla sua decisione di collaborare Giuseppe conferma di aver preso questa decisione dopo che la sua famiglia ha fatto anche questa scelta nel 2012. Su i collegamenti del “gruppo della montagna” con la cosca Giampà, Cappello afferma che “avevano un’alleanza e si dividevano estorsioni, spaccio di droga e armi. Io li conosco quasi tutti”. Inizia a nominare alcuni degli esponenti della cosca partendo dai capi: Vincenzo Bonaddio, Giuseppe Giampà, i Notarianni. Cappello parla dei dissidi tra Giuseppe Giampà e Vincenzo Bonaddio in merito alle estorsioni in quanto “Bonaddio si prendeva tutti i soldi e Giuseppe si lamentava di ciò”. Giuseppe Cappello racconta anche l’episodio della sparatoria alla macchina di suo fratello Saverio. Subito dopo che è avvenuto il fatto anche Giuseppe ha avuto modo di vedere la macchina sparata e, successivamente il fratello gli ha raccontato l’intera vicenda terminata con una “piccola riunione tra mio padre, Saverio e i Trovato, e poi mi dissero che era tutto apposto”.

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Il controesame di Giuseppe Cappello

L’avvocato Marchese inizia il controesame chiedendo al collaboratore di giustizia di analizzare la figura di Antonio Voci in merito all’uso di sostanze stupefacenti. Cappello conferma che Voci ne faceva uso mentre lui no. “E Giuseppe Giampà?” chiede l’avvocato “che sappia io no”. Nei verbali invece Cappello aveva fatto riferimento ad una festa in una casa alla Marinella dove faceva riferimento all’uso di droga da parte di Giampà e Voci, evidenzia il legale Marchese.

Sui sinistri e, in particolare sulle somme ricavate da alcune estorsioni chiede chiarimenti l’avvocato Di Renzo. Cappello conferma che “non si mise d’accordo con nessuno e trattenne per se le somme”. Chiarimenti anche in merito alla vicenda della lite con i fratelli Trovato in una discoteca di Nocera Terinese, Cappello dichiara di essere stato anche lui nella discoteca con l’ex compagna, in particolare l’avvocato chiede se pagò le consumazioni e Cappello afferma di non averle pagate perché offerte da Trovato, colui che successivamente fu coinvolto nella lite. In merito al modello dell’auto con i colpi di pistola “ho visto la macchina con i buchi e poi fu portata alla carrozzeria Trovato, la macchina era di un mio amico, una Grande Punto nera”. Nei verbali Cappello non ricorda la marca e il modello dell’auto, ribadisce l’avvocato Di Renzo. L’avvocato Pagliuso conclude il controesame cercando di chiarire insieme a Giuseppe Cappello la vicenda attorno alla sua decisione di collaborare.

La dichiarazione di Franco Trovato

In aula viene ascoltato, Franco Trovato che intende rilasciare dichiarazioni spontanee in merito alle riunioni che Capello dice avvenire nella sua officina “io vorrei dire la mia verità su questa vicenda. Franco Trovato era presente in quanto era proprietario della corrozzeria. Queste persone hanno ucciso gente… Queste persone venivano per la macchina anche dei loro familiari e capitava che si incontravano io non so che si dicevano. Questi oggi si fanno i professorini, ma io sono stato vittima di questa gente. Loro venivano senza pagare perché io avevo timore di questa gente. Io ci ho rimesso di tasca e oggi vengo accusato di aver partecipato a riunioni... Fa male sentire queste persone che mi accusano e restare zitto. Le riunioni le facevate voi non le organizzato io. Se anche dei Torcasio venivano nella mia carrozzeria, come fanno a dire che ero appartenente della cosca Giampà? Nella mia carrozzeria veniva chiunque. L’unica cosa è che non sono stati denunciati ma chi ci poteva con questa gente!”.

Prossima udienza venerdì 26 dove verrà ascoltato l’ultimo collaboratore, Battista Cosentino.

 

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