
Lamezia Terme – Dopo due settimane di pausa è ripreso il processo Perseo al Tribunale di Lamezia in composizione collegiale (Fontanazza presidente e Aragona e Monetti a latere). Ancora una volta a testimoniare è stato il collaboratore di giustizia Angelo Torcasio che ha risposto alle domande dei difensori degli imputati dopo aver concluso l’esame da parte del pubblico Ministero Elio Romano.
Come prevedibile, per la complessità degli argomenti trattati, la mole di materiale e i 21 imputati a processo, l’udienza è durata più di sei ore. A cominciare con il controesame del teste sono stati gli avvocati Gambardella, Pagliuso, Di Renzo, Murone, Ferraro e Lomonaco: tutti hanno insistito su alcune incongruenze tra le dichiarazioni rilasciate in aula da Angelo Torcasio e tra quelle agli atti dei verbali risalenti ai primi giorni dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia, decisione che prese il 29 luglio 2011. “Avevo ed ho ancora paura di ritorsioni contro la mia famiglia anche perché ho dichiarato molte cose non solo sul clan Giampà ma ho fatto riferimento anche ad altre famiglie come quella dei Iannazzo che ancora non sono state coinvolte in procedimenti penali” ha spiegato in aula Torcasio, che ha poi aggiunto “non è stata una scelta facile, sono stati giorni duri. Io sono stato il primo collaboratore dal 1992 e in quel momento l’unico a prendere quella decisione. Da quel momento, si è parlato di altri 15 collaboratori mentre alcuni, i cui nomi non sono stati resi ancora noti, hanno preso proprio recentemente questa decisione contribuendo ad arricchire l’elenco”.
Le contraddizioni tra le diverse dichiarazioni sono state quindi spiegate da un sentimento di paura e confusione e dalla insicurezza sulla sua volontà di collaborare: “da quella scelta cambiarono molte cose”, ha poi spiegato in aula, rispondendo ad una domanda del’avvocato Pagliuso che gli aveva chiesto se avesse capito infine chi fosse stato ad uccidere suo fratello. La sete di vendetta per questo omicidio, infatti, fu proprio la spinta che lo portò a scegliere di entrare a far parte del clan Giampà. Se prima era forte la convinzione che fossero stati i Torcasio a decidere per l’uccisione del fratello, ad oggi Angelo Torcasio ha ammesso in aula di “non sapere chi siano realmente i responsabili dell’omicidio. Chi fa parte di un clan – ha aggiunto – entra in una serie di meccanismi di tradimenti ed interessi. Non c’è alcun rispetto, questo è essere un ‘ndranghetista a Lamezia e non solo”.
Gli avvocati, poi, hanno insistito su alcuni episodi evidenziati nelle scorse udienze durante l’esame del Pubblico Ministero: si è continuato a parlare del coinvolgimento dell’avvocato Giovanni Scaramuzzino nel meccanismo delle truffe per gli incidenti stradali così come quello del dottore Carlo Curcio Petronio in quello dei certificati medici; sul rapporto di Franco Trovato con la cosca Giampà e della sparatoria su via del Progresso con i Cappello; per finire con l’attività usuraia portata avanti dalla clan. Nell’udienza della prossima settimana, sempre di venerdì, si continuerà ancora con il controesame del collaboratore.
C.S.
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