
Lamezia Terme - Manca poco alla fine del Processo Perseo iniziato da due anni nei confronti dei 21 imputati che hanno scelto il rito ordinario, la sentenza infatti è prevista nella settimana che precede le festività di Natale. In aula, oggi, davanti al presidente Fontanazza e, a latere, i giudici Aragona e Tallarico, è stata analizzata la posizione di Pino Scalise, dei coniugi Giuseppe Notarianni e Carmen Bonafè, Fausto Gullo, Antonio Curcio, Giancarlo Chirumbolo e Curcio Petronio Carlo.
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La discussione dell’avvocato Piero Chiodo: “Scalise non ha mai smesso di credere nella giustizia”
L’avvocato Piero Chiodo che difende Pino Scalise (per lui il Pm ha chiesto 10 anni e 8 mesi), analizza le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Cappello Rosario e Saverio e dei testimoni, Petrone Felice e Giandomenico e Vergori, nelle scorse udienze. “La figura di Scalise compare all’improvviso e viene buttato in campo, in merito ad una presunta mazzetta, da Rosario Cappello” ma, secondo il legale, la dichiarazione del collaboratore è “inaffidabile” visti i “tentennamenti dell’esame del pentito sulla figura di Scalise”. In definitiva il legale difensore di Pino Scalise ritiene che le dichiarazioni dei Cappello non apportano niente in merito al presunto ruolo di Scalise nella criminalità. Tre versioni dei fatti diverse del pentito in ordine al pagamento della mazzetta ciò, secondo il legale, “boccia la fonte collaborativa per l’imprecisione e la contraddittorietà”. Per quanto riguarda la frase “la notte non dormo sono sempre in giro” anche il legale Chiodo così come il collega Larussa, sostiene l’interpretazione “visto che ho subito un atto intimidatorio sto vigile, per controllare i miei mezzi”. “Lo stesso Petrone Giandomenico, quello che avrebbe subito l’estorsione da parte di Pino Scalise, disse: ‘non so per certo se si trattava di un cortocircuito o di un atto doloso, l’assicurazione ci ha pagato’, questo è un elemento equivoco”. Tutti questi elementi contraddittori portano il legale a chiedere l’assoluzione perché il fatto non sussiste, del suo assistito. Affermando, infine, che “nonostante la detenzione, agli arresti domiciliari, Pino Scalise non ha mai smesso di credere nella giustizia”.

La discussione dell’avvocato Aldo Ferraro: “i problemi finanziari della Edilnotar hanno impedito di saldare il debito a Chirico”
L’avvocato Aldo Ferraro, in difesa della coppia imputata in questo procedimento: Giuseppe Notarianni (per lui il Pm ha chiesto 11 anni e 9 mesi) e Carmen Bonafè (per lei il Pm ha chiesto 6 anni) parte la sua discussione esaminando tutti gli elementi in merito al primo reato contestato ai due: l’estorsione ai danni di Chirico Giuseppe e Giovanni. I Chirico sono infatti stati ascoltati, nell’aula Garofalo del tribunale lametino, nelle precedenti udienze. I Chirico, che si occupano della vendita di materiale edile, hanno corrisposto del materiale edile in favore di Giuseppe Notarianni e Carmen Bonafè, titolare della ditta Edilnotar, senza pagare il corrispettivo dovuto. Tale episodio, sarebbe aggravato, secondo l’accusa, dall’appartenenza alla cosca dei coniugi. L’avvocato Ferraro ribadisce che la ditta Edilnotar è cessata proprio a causa di problemi finanziari. Per tale ragione, secondo il legale, non hanno potuto saldare il debito. Lo stesso Giovanni Chirico aveva dichiarato che si è anche recato a casa di Carmen Bonafè per chiedere il sollecito del pagamento. “Se davvero appartenevano ad un’associazione criminale Chirico si recava a casa dei suoi estortori?”, si chiede il legale. Chirico aveva anche dichiarato che “era sua abitudine aiutare i clienti” e infatti, ribadisce il legale Ferraro “Chirico ha continuato a fornire materiale, nonostante il debito”. Ciò è stato giustificato dallo stesso Chirico chiamato a testimoniare in aula: “speravo che si riprendessero economicamente così poi avrebbero saldato il debito”, “mi disse (Giuseppe Notarianni ndr) che era in difficoltà economiche e che poi avrebbe saldato”. Difficoltà economiche che secondo la ricostruzione del legale Ferraro, hanno trovato una conferma dipartimentale nelle dichiarazioni dei Chirico. L’avvocato ricorda anche le dichiarazioni in aula della moglie di Fabio Nicola, un cliente della Edilnotar che, in punto di morte, disse all’ex moglie che aveva un debito con Giuseppe Notarianni. L’avvocato Aldo Ferraro chiede l’assoluzione per i suoi assistiti per quanto riguarda il primo reato contestato: l’estorsione.
Altro reato contestato alla coppia: il reimpiego. Si tratta del versamento, sui loro conti correnti bancari, di somme di denaro di provenienza illecita. Somme che il legale Ferraro, oggi in aula giustifica euro per euro e che sarebbero provenute dallo scambio di denaro tra i fratelli di Giuseppe Notarianni, che talvolta li aiutava, da alcuni lavori effettuati “in nero”, dai 300 mila euro corrisposti a Notarianni per ingiusta detenzione… . La difesa, portando in aula le testimonianze di alcuni clienti della Ditta, ha dimostrato come la Edilnotar avrebbe effettuato anche altri lavori oltre a quelli in contrada Talarico. L’avvocato Ferraro intende smentire quanto accertato dalla Guardia di Finanza in fase d’indagini: “la Edilnotar era nata solo per costruire le villette in contrada Talarico”. Il legale parla di “sommarietà di come sono state fatte le indagini”. Anche per questo reato il legale Aldo Ferraro chiede l’assoluzione e la revoca della misura cautelare reale disposta per gli imputati.

La discussione dell’avvocato Ortenzio Mendicino: “la polvere usata da Gullo serve per fabbricare fuochi d’artificio e no bombe”
La posizione di Fausto Gullo (per lui il Pm ha chiesto 14 anni), è legata principalmente al ritrovamento di materiale esplodente. Il legale, Ortenzio Mendicino, riflette sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi per quanto concerne la posizione di Gullo che dice delle cose, secondo il legale, “non fondate”. Michienzi lo accusa e dice: “Gullo era il soggetto che procurava l’esplosivo al clan Anello-Fruci per compiere atti intimidatori”. Ma, l’avvocato ribadisce che “la polvere usata da Fausto Gullo, serve per fabbricare fuochi d’artificio, e non per costruire bombe”. “Questo tipo di esplosivo può procurare solo la scalfittura di un pilastro”, questa l’affermazione resa, in aula nelle scorse udienze, dagli esperti di esplosivi dopo perizia. “Gullo aveva a disposizione questo primo tipo di polvere”, afferma il legale. Il legale, infine, chiede al tribunale di considerare che Gullo è amico di finanzieri e poliziotti con i quali andava di frequente a caccia. “Gullo - riferisce l’avvocato Mendicino - in questa vicenda non conta nulla, è stato tirato in ballo da Michienzi, soggetto sul quale non si può fare affidamento”, pertanto chiede l’assoluzione.

La discussione dell’avvocato Salvatore Cerra: “Torcasio, a Capizzaglie era difficile poiché non avevamo staffetta”
L’avvocato Salvatore Cerra discute nell’interesse di Antonio Curcio (per lui il Pm ha chiesto 21 anni) che è accusato di aver partecipato al clan Giampà e di aver partecipato al tentato omicidio Gullo-Torcasio. L’avvocato chiede al Collegio di tenere a mente la frase detta dal collaboratore Angelo Torcasio in fase di decsione: “A Capizzaglie era difficile colpire i Torcasio poiché non avevamo staffetta”, questa frase, secondo i legale, smentisce il coinvolgimento di Antonio Curcio. L’avvocato Cerra ripercorre le dichiarazioni dei collaboratori e ne evidenzia i tratti che escludono la colpevolezza di Antonio Curcio. Termina chiedendo l’assoluzione di Curcio perché il fatto non sussiste o perché non l’ha commesso.

La discussione dell’avvocato Francesco Pagliuso: “non permettete che Giuseppe Giampà commetta il secondo omicidio Chirumbolo”
A difendere, Giancarlo Chirumbolo (per lui il pm ha chiesto 8 anni), il legale Francesco Pagliuso. “Inizio a parlarvi di Giuseppe Chirumbolo, il fratello di Giancarlo, che non ho conosciuto personalmente ma dalle carte” inizia così il suo intervento il legale Pagliuso. “La sorte di Giancarlo è figlia di ciò che accadde a Giuseppe Chirumbolo, ritenuto il braccio destro di quello che si considerava il capo clan: Giuseppe Giampà. Non ci interessa sapere se Giuseppe Chirumbolo era o meno un criminale, ma ci interessa il suo rapporto con Giuseppe Giampà. E’ Angelo Torcasio che ci racconta il rapporto di Giuseppe Chirumbolo con Giuseppe Giampà, rapporto che gli costò la vita”. L’avvocato Pagliuso definisce la storia dei fratelli Chirumbolo “un traggiro che finisce in tragedia”, rapporto culminato con l’uccisione di Giuseppe Chirumbolo avvenuta il 31 marzo 2010. Racconta poi la vicenda che ha portato all’omicidio secondo le parole di Angelo Torcasio: “Saverio Cappello propone a Giuseppe Chirumbolo di far fuori Giuseppe Giampà. Chirumbolo si rifiuta. Se Giuseppe Giampà fosse venuto a sapere ciò avrebbe determinato la sentenza di morte per Cappello. Allora Saverio Cappello corre dal capo clan e dice: - è venuto da me Giuseppe Chirumbolo a dirmi: - perché non facciamo fuori Giuseppe Giampà?”. Questo il traggiro, secondo l’avvocato Pagliuso. “Ciò rappresenta una sentenza di morte per Giuseppe Chiurumbolo”. “In tutta questa vicenda Giancarlo Chirumbolo non compare” evidenzia il legale. E’ Giuseppe Giampà a parlare di lui dicendo: “Se avessi potuto lo avrei ammazzato”. “Giancarlo Chirumbolo - riferisce il legale - non compare fino all’omicidio del fratello e viene attenzionato proprio dopo la morte di Giuseppe Chirumbolo per vedere se aveva intenzioni di vendetta nei confronti di lui e se, per tal fine, si sarebbe avvicinato alla cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri”.
“Siamo qui - dice il legale - per decidere se Giancarlo fa o meno parte della cosca Giampà: Giancarlo Chirumbolo si è costituito parte civile nel processo contro gli assassini del fratello e i ‘ndranghetisti non si costituiscono parte civile - e rivolgendosi alla Corte afferma - non consentite a Giuseppe Giampà di commettere qui quell’omicidio, dettato dalla vendetta, che non è riuscito a fare fuori”.
Altro reato contestato a Giancarlo Chirumbolo, l’esser stato lo specchietto nell’omicidio di Bruno Cittadino che l’avvocato Pagliuso definisce “l’opera d arte di Giuseppe Giampà”. “Smentita da Angelo Torcasio che dice solo che lo conosceva come il fratello di Giuseppe. L’unico che ne parla è Giuseppe Giampà e anche Vasile, in relazione a Bruno Cittadino disse: ‘sapevo che a fare lo squillo doveva essere Giancarlo ma poi non mi ricordo se aveva fatto lo squillo e visto che non arrivava andò anche Maurizio Molinaro a vedere se Bruno Cittadino c’era. A Vasile lo disse Giuseppe Giampà”, rimarca l’avvocato ricordando il controesame di Vasile che alla domanda “E’ stato Giuseppe Giampà a dirti che a fare lo squillo doveva essere Giancarlo Chirumbolo?” “Sì, sì , sì”, rispose il collaboratore. “E’ in quei 3 si che c’è l’assoluzione di questo ragazzo”, afferma Pagliuso. “Glielo dice Giuseppe Giampà quello che a Giancarlo lo voleva ammazzare - aggiunge - è qui che si chiude il cerchio”. “Secondo il dichiarato di Angelo Torcasio - precisa infine l’avvocato Pagliuso - a dover fare lo squillo doveva essere Giuseppe Chirumbolo”. L’avvocato chiede, infine, l’assoluzione per Giancarlo Chirumbolo.
La discussione dell’avvocato Murone su Petronio: “Quei fatti, quelle truffe, non sussistono”
Sulla posizione del dottor Curcio Petronio Carlo (per lui il Pm ha chiesto 6 anni), l’avvocato Mario Murone. Parte dall’analizzare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, il legale del dottore che dice: “il fatto che sei collaboratori di giustizia parlano del mio assistito non mi impressiona”. Il dottore, è accusato di truffe in merito ai presunti certificati falsi dopo i sinistri simulati e anche di associazione mafiosa. In merito ai falsi certificati, il legale Murone, in riferimento alle persone coinvolte nelle truffe, evidenzia che “Emiliano Fozza, è stato assolto perché i fatti da lui commessi non sussistono e Severino De Martino? Non sappiamo chi è”. I collaboratori che hanno riferito in questo processo di truffa, sono stati dati per “inattendibili” questo, secondo il legale, è testimoniato dall’assoluzione delle persone accusate di truffa. Molti collaboratori, rimarca ancora il legale, dissero: “noi possiamo riferire in merito agli omicidi, non di certificati falsi”. E, rivolgendosi il Collegio l’avvocato evidenzia: “voi così vi trovate a giudicare di fatti che altri giudici in altri processi hanno giudicato inesistenti. Quei fatti, quelle truffe, non sussistono”. “Su Petronio - aggiunge il legale - Alessandro Villella dice che non lo conosce. Ciò - secondo l’avvocato Murone - smentisce le dichiarazioni di altri collaboratori che dicono di averlo visto dal medico”. “Pratiche che - fa emergere Murone - non sono gestite né dall’avvocato Lucchino e né dall’avvocato Scarmuzzino”. “Trattiamo solo di due truffe assicurative in questo processo, una che lo stesso Giuseppe Giampà dice: ‘non so se è una truffa’. Può essere che un’organizzazione dedita alle truffe ne fa solo una?”, si chiede il legale. “Qui abbiamo soggetti che compiono singole truffe e che si gestiscono da soli, qui non c’è l’associazione” così l’avvocato discolpa il suo assistito dall’accusa mossa nei suoi confronti. In conclusione della lunga udienza odierna anche l’avvocato Mario Murone chiede per il suo assistito, Curcio Petronio Carlo, l’assoluzione per tutti i capi d’imputazione.
R.V.
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