
Lamezia Terme - Il lavoro degli inquirenti - che ha portato ieri all'arresto del magistrato Marco Petrini e di altre sei persone - prosegue e nuovo materiale è a disposizione della procura di Salerno che sta conducendo l'inchiesta per presunti casi di corruzione in atti giudiziari. In concomitanza dell'esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare, infatti, sono eseguite una serie di perquisizione e di acquisizione di documenti negli uffici di Petrini, presidente di una sezione di Corte d'Appello a Catanzaro e alla guida della commissione tributaria provinciale. Questo materiale ora è nelle mani dei magistrati campani, che hanno il compito di verificare se e quali reati sono stati realizzati alla luce del quadro già fissato in questa prima tranche di inchiesta. Dall'ordinanza firmata dal gip di Salerno, infatti, emerge un preciso quadro accusatorio verso Petrini, sposato padre di due figli e residente a Lamezia, il quale - secondo i pm salernitani - avrebbe interferito in più procedimenti giudiziari in cambio di denaro, doni di svariata natura e anche prestazioni sessuali. Alcuni episodi chiave sono stati già individuati. Vi è il caso dell'ex consigliere regionale della Calabria, Giuseppe Tursi Prati, che avrebbe riottenuto il vitalizio nonostante una condanna definitiva nel 2004 a sei anni di reclusione con interdittiva perpetua dai pubblici uffici.
Ma sotto la lente compaiono anche procedimenti per mafia come il processo contro il clan Soriano di Filandari, nel Vibonese, finito fra le contestazioni mosse al magistrato della Corte d'Appello di Catanzaro ed all'avvocato Marzia Tassone di Davoli (Catanzaro) del foro di Catanzaro, alla quale sono stati applicati domiciliari. Secondo l'accusa della Dda di Salerno, giudice ed avvocato si sarebbero resi protagonisti di un episodio di concorso in corruzione in atti giudiziari in quanto il giudice Marco Petrini - presidente della Corte d'Appello nel processo "Ragno" contro il clan Soriano - non si sarebbe astenuto nel decidere sulla richiesta della Procura generale di Catanzaro di acquisire nel processo le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (rampollo dell'omonimo clan di Limbadi) contro il clan Soriano, pur essendo l'avvocato Marzia Tassone (legale di alcuni imputati) la sua "amante stabile". Nell'udienza del processo d'appello del 14 gennaio dello scorso anno, il giudice non ha ammesso il verbale del pentito ed in alcune occasioni avrebbe avuto rapporti sessuali - secondo la Guardia di finanza e la Dda di Salerno - con l'avvocato Tassone. Da qui l'accusa per entrambi di concorso in corruzione in atti giudiziari. Ed ancora, nella carte dell'ordinanza si parla dell’aiuto promesso dal giudice all’avvocato nel processo a carico di un imputato per duplice omicidio («Vabbè, ti aiuto»); si tratta del delitto avvenuto a Davoli superiore il 23 dicembre 2018 di Francesca Petrolini e del compagno Rocco Bava. L'avvocatessa difendeva l'imputato dell'omicidio e il magistrato è prodigo di consigli per l'udienza al Riesame.
Vi è un altro caso segnalato dalla procura di Salerno e che vede protagonista Francesco Saraco, anche lui destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare, il quale si attiva per il padre Antonio, coinvolto in un'operazione antimafia e già condannato in primo grado perché giudicato organico alle cosce del Basso Jonio. A Petrini sarebbe stato chiesto un aggiustamento della sentenza di Appello ma il tentativo non va in porto. Le "interferenze" del magistrato sarebbero spaziate dal penale al civile al tributario, fino a sponsorizzazioni per il superamento dell'esame di avvocato. Una tela molto ampia su cui ora dovranno indagare i magistrati salernitani per verificare eventuali e ulteriori filoni d'inchiesta.
G.V.
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