
Nel presente scritto si darà conto di un fenomeno storico che segnò in modo significativo la vita economica e sociale nell’ultimo Ottocento; si cercherà in primo luogo di delineare il quadro nazionale ed internazionale e successivamente di esaminare le conseguenze più significative che si manifestarono in Calabria. Nel testo che segue viene esposta la stretta connessione tra gli eventi sopra citati: “la crisi che, intorno al 1880 colpì l’agricoltura europea ha la sua origine, come è noto, nell’espansione della coltura granaria americana e russa e nel grande sviluppo dei trasporti marittimi, che rese possibile la formazione di un mercato unico mondiale dei cereali. Il crollo del prezzo del grano e di altri prodotti agricoli fu la manifestazione immediata della crisi; ma le sue ripercussioni si fecero sentire al di là del settore agricolo e investirono il complesso della vita economica. Le conseguenze di ordine generale della crisi agraria e dei tentativi fatti per fronteggiarla furono particolarmente rilevanti in Italia, dove il sistema economico nazionale era ancora in via di formazione. Qui, infatti, essa diede l’avvio ad una svolta che, se non modificò la direzione fondamentale di svolgimento dell’economia nazionale, segnò tuttavia mutamenti decisivi nel meccanismo e negli strumenti mediante i quali questa si veniva sviluppando. In particolare, la crisi agraria agevolò in vario modo il processo di industrializzazione, favorendo il trasferimento di capitali dall’agricoltura all’industria e il mantenimento di bassi livelli dei salari operai e indirettamente sollecitando un più deciso orientamento della politica economica generale a favore dell’industria. Così, essa coincise con un’intensificazione della polemica tra i ceti agrari e le forze industriali e pose in modo più acuto il problema dell’equilibrio interno del blocco dirigente nazionale. Nell’Italia meridionale, più che arrestare una fase di rinnovamento dell’agricoltura, la crisi agraria rappresentò la fine di una favorevole congiuntura, nella quale si era verificato – accanto all’incremento della produzione vinicola che continuò fino al 1888, degli agrumi e dell’olio – uno dei ricorrenti e tradizionali fenomeni della storia agricole del Mezzogiorno: una rapida espansione della coltura granaria – mediante il dissodamento di nuove terre non sempre adatte alla coltura – favorita dagli alti prezzi raggiunti dai cereali nel periodo che includeva la guerra di secessione americana e la guerra franco-prussiana.” (Il Sud nella Storia d’Italia – Antologia della Questione Meridionale, a cura di Rosario Villari, pp.159-160).
Al fine di evidenziare in maniera più articolata la politica economica adottata in Italia pe fronteggiare la crisi agraria ed entrare nel merito delle conseguenze politiche e sociali che ne conseguirono si riporta il seguente brano: “ Ostinandosi a proseguire il pareggio del bilancio e il liberoscambismo, la Destra storica finisce per perdere le elezioni. Già al termine degli Anni Sessanta si vanno facendo più forti le voci che chiedono maggiore protezione doganale: sono rafforzate da ragioni interne, il deludente andamento dell’economia e i risultati dell’ Inchiesta industriale del 1870-74 che rivelano la stagnazione del paese; come pure le cause esterne, la discesa dei prezzi internazionali (del grano, del cotone, di altri prodotti alimentari e industriali ) avviatisi nel 1873 e che si protrae fino al 1895, dovuta ai progressi tecnologici nei trasporti (ferrovie, navigazione a vapore) che consentono l’afflusso in Europa delle merci a basso costo americane e asiatiche. Se ancora nelle elezioni del novembre 1874 i ministeriali [In altri termini : gli esponenti della Destra Storica, N.d.R.] prevalgono, di poco (ma nel Mezzogiorno quasi tre seggi su quattro vanno all’opposizione), già nel marzo 1876 la Destra del governo Minghetti cade in parlamento, pochi giorni dopo avere annunciato il raggiungimento del sospirato pareggio di bilancio. La Sinistra storica, che subentra, rimarrà al potere ininterrottamente per vent’anni: dal 1876 al 1896. Socialmente più composita, ma con radici soprattutto nella media borghesia (professionisti, notabili), ideologicamente altrettanto liberista della Destra ma molto più pragmatica, il suo successo significa anche la piena inclusione delle classi dirigenti meridionali nella gestione del governo dello stato. È la Sinistra che avvia la prima politica industriale: incentivi e commesse pubbliche, protezioni doganali per le industrie nascenti. Tuttavia essa segna al contempo l’ingresso massiccio della pratica clientelare nell’azione politica, come ha scritto Pierluigi Ciocca, è proprio allora che si fa << pervasivo, collusivo, il rapporto fra pubblico e privato nell’economia>>, configurando <<permanenze che si sarebbero proiettate nel Novecento, con tratti negativi tuttora insuperati>> […] … è opinione di molti studiosi che la legislazione protezionistica sia stata debole, mal congegnata e che nel suo insieme abbia rappresentato un’occasione persa. I motivi per cui il protezionismo fallisce sono presto detti: era stato concepito per favorire le attività già esistenti, cioè quelle che godevano di maggiore voce in parlamento. Le prime tariffe, approvate dal governo Cairoli nel 1878, sono di ammontare modesto e tutelavano soprattutto il grano e le tradizionali produzioni tessili (dalla lana al cotone, alla juta e perfino alla seta, i cui filati erano la maggiore voce di esportazione dell’Italia. Una seconda legge tariffaria, assai più incisiva, viene approvata il 1° gennaio 1888: si aumenta ulteriormente il dazio sul grano; nell’industria, in sostanza si proteggono siderurgia e tessile, mentre la meccanica non risulta adeguatamente tutelata e la chimica viene del tutto ignorata. Entrando più nel dettaglio, possiamo iniziare con il prendere in esame il dazio sul grano. Come osserva Giuseppe Orlando, questo è essenzialmente una misura di salvaguardia del reddito dei proprietari terrieri. Bisogna aggiungere che la cerealicoltura, essendo intensiva nel consumo di terra (land intensive) ma bisognosa di non molto lavoro (labour saving), poco si addiceva alla dotazione di fattori dell’Italia (ricca invece di lavoro ma relativamente povera di terra). È stato scritto che la tariffa sul grano fu un provvedimento << socialmente utile>> di risposta alla crisi agraria, che dal 1880 al 1887 si abbatté sulle campagne italiane come conseguenza dell’arrivo dei frumenti a buon mercato d’oltreoceano (i quali causarono un crollo dei prezzi e dei profitti). In realtà, anche i suoi benefici sociali appaiono quanto meno dubbi, se pure agevolò la tenuta delle produzioni cerealicole, il dazio inevitabilmente contribuì a mantenere elevato il prezzo del pane e quindi ad abbassare i salari reali (e a far salire i salari nominali, riducendo la competitività della nascente industria); per questa via potrebbe addirittura avere incentivato l’emigrazione, che infatti aumentò ulteriormente dopo l’introduzione del dazio, anziché diminuire. Non molto più favorevolmente andrebbe considerata la protezione data all’industria. Anche nei settori che ne beneficiarono di più, come il tessile le tariffe introdotte delineano un sistema squilibrato: il comparto meglio garantito sembra essere quello laniero, che non a caso annovera tra le sue file il pioniere delle politiche protezionistiche, Alessandro Rossi; secondo Toniolo, le tariffe per il cotone sono invece irrazionali, dato che quelle sui filati erano più alte di quelle sui tessuti, i quali così ottenevano <<una protezione effettiva nulla o addirittura negativa>> (dovendo acquistare i filati a prezzo maggiorato). Per la prima volta ci si interessa di metallurgia e meccanica, ma anche in questo caso gli effetti sono sbilanciati, in maniera simile a quanto visto per il cotone: siccome nel frattempo la siderurgia aveva iniziato a prendere piede, sostenuta dallo stato, si tutelavano la ghisa e l’acciaio (gli input) assai più delle produzioni meccaniche (gli output); queste ultime, poiché dovevano comperare i materiali a prezzi più alti, si trovavano con una protezione effettiva nulla” (Emanuele Felice, Ascesa e Declino – Storia Economica d’Italia, il Mulino, Bologna, pp. 125-128).
La situazione economica e sociale calabrese nel periodo storico preso in esame viene esplicitata nel brano seguente: “Negli anni ’80 si apriva una lunga fase di destrutturazione e anzi, com’è stato giustamente osservato, di <<progressivo arretramento della regione nel quadro nazionale>>. Determinante sarà il peso delle cause remote e più recenti nel peculiare andamento di questo processo, ma altrettanto forte il concorso dei fattori nazionali sia economici che politici. Il passaggio più duro sarà quello di fine secolo, tuttavia con caratteri opposti rispetto alla contemporanea svolta delle regioni settentrionali e molto diversificati anche nei confronti di altre regioni meridionali. La forte recessione abbattutasi dalla fine degli anni ’70 sulle campagne del continente, in seguito alla forte concorrenza dei paesi extraeuropei, investì nel Mezzogiorno soprattutto le aree votate alla produzione granaria. Ma da questo punto centrale essa si era via via dilatata e intrecciata, in connessione con le scelte di politica economica e doganale adottate per farvi fronte, ad altri settori vitali come quello viticolo e gelsicolo e, sia pure per il freno posto all’espansione o alla trasformazione tecnica, olivicolo e agrumario. In Calabria, dove le colture granaria e viticola erano fondamentali, anche se non così ampie come in altre regioni meridionali, il processo recessivo ebbe effetti decisivi, accentuando, in mancanza di adeguate risposte e spesso per la difficoltà di proporle, i vizi della sua costituzione economica [...] Il cuore della crisi era nelle campagne e nel loro sistema di relazioni economiche e sociali. I nuovi rapporti attaccavano direttamente il vecchio equilibrio fondato sulla compenetrazione nei medesimi nuclei familiari di forme diverse di lavoro agricolo, di volta in volta piccoli proprietari, coloni e braccianti, e su varie integrazioni provenienti dalle attività artigianali, poco remunerative ma essenziali all’equilibrio di sussistenza della quota prevalente della popolazione rurale. E in assenza di città vere e proprie, e comunque in una fase di transizione del rapporto urbano-rurale, tutto l’edificio sociale ne subiva gravi e irreversibili contraccolpi, come è largamente provato dal ruolo centrale tenuto dal dibattito di fine secolo della questione dei prezzi agricoli, dei patti agrari, del rapporto con il mercato interno e internazionale, della precarietà - anzi recessione - del lavoro artigiano sempre più insidiato dal mercato nazionale e dalla crescita delle stesse infrastrutture. In modo decisivo concorreva a quella crisi l’aumento della popolazione, passata nel primo quarantennio unitario da 1.140.396 a 1.370.206 con un incremento assoluto di 229.812 e, in percentuale, del 20,15 per cento. Mentre si manteneva mediamente alto il tasso di natalità, si era abbassato quello di mortalità, specie infantile, con un conseguente forte incremento naturale […] La lunga crisi, attaccando gli equilibri precedenti e arrestando i fattori dinamici emergenti nei primi decenni unitari, produceva pertanto una situazione di grave malessere sociale, di cui l’emigrazione sarà la principale manifestazione. Il dato più clamoroso era, in primo luogo, la progressiva ruralizzazione della regione, più accentuata che in altre consimili meridionali; e il correlativo crollo dell’occupazione nel settore <<manufatturiero>>” (Gaetano Cingari, Storia della Calabria dall’Unità ad Oggi, Editori Laterza, 1982, pp.79- 84, passim) . Da quanto sopra esposto si può inferire la paradossale considerazione che la Calabria, a causa di una crisi agraria dovuta al recente processo dell’industrializzazione e al miglioramento dei trasporti (navigazione a vapore e ferrovia) a livello mondiale, nel medesimo periodo storico subisca un notevole processo di ruralizzazione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA