
Alla domanda del perché Lamezia non configura una vera e propria città si può rispondere indicando soprattutto due fattori: il primo di ordine fisico, il secondo di ordine sociale.
Sul piano formale sebbene si possa sostenere che il titolo di città sia onorato dalla legge istitutiva del Comune di Lamezia, bisogna considerare che questo discende sostanzialmente da un mero dato amministrativo, impositivo, legato all’unione territoriale, peraltro non del tutto condivisa, tra tre diverse entità municipali (Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia), e non certamente ben fondato sui diversi caratteri sociali, economici e culturali. La mancanza di compattezza fisica originaria era di per sé un peccato costitutivo che contraddiceva l’idea stessa di città.
Notevoli erano le differenze di carattere storico: Nicastro ha sofferto il forte limite del difetto di un rapporto diretto con il mare (che in alcune fasi ha tentato di ottenere); Sambiase si è spogliata della condizione di Terra e ha goduto anche, nella fase feudale, e per un breve periodo, di un’autonomia amministrativa e di una consolidata classe agraria, per poi vivere di vita propria dopo il decennio francese; Sant’Eufemia Lamezia ha sofferto la fragilità della giovinezza, perché nata più recentemente (nel 1935), ma con le grandi potenzialità enucleate in un vero e proprio piano strategico (ovvero “piano regionale”) avviato, ma non concluso, dal fascismo. In sintesi tre realtà eterogenee, la cui unità funzionale è stata fortemente condizionata sin dall’antichità dal potere gerosolomitano che ha governato per circa cinque secoli il vasto territorio compreso tra l’Amato e il Savuto.
Questi sintetici fattori storici, nonostante la lunga, ma parziale, fase unitaria feudale, hanno di fatto costituito la premessa, poi consolidata dopo il 1968, per la reciproca disgregazione delle relazioni socio-culturali stimolata da scelte urbanistiche via via sempre più offensive delle identità storiche delle singole comunità. Una dimostrazione plastica è data dalle continue lotte, dal 1968 in poi, all’interno degli organi istituzionali della città di Lamezia (il Consiglio comunale soprattutto) per la trasmigrazione dei più importanti servizi pubblici (dall’ospedale alla sede municipale) per finire alla cosiddetta concattedrale, commettendo peccati mortali, non certamente redimibili. Una debolezza che ha favorito nel tempo le divisioni di fatto e la città diffusa, cioè la crescita orizzontale e ramificata che oggi condiziona fortemente la qualità dell’abitare e che assume un ruolo parassitario e oltremodo devastante per qualsiasi ipotesi di riordino. Su questo modello distorto di crescita urbana si colloca, in speciale continuità, il Piano strutturale comunale che contribuisce all’accentuazione della frantumazione insediativa, così come il suo braccio violento (il redigendo Piano operativo temporale), che appare destinato a favorire sparute edificazioni private ma non certamente utile per generare miglioramenti apprezzabili della qualità organizzativa della città. La stessa filosofia delle transumanze volumetriche (ovvero i trasferimenti di volumi edificabili da una zona ad un’altra) va in questa squilibrante direzione, effetto della rinuncia al governo del territorio per essenziali e funzionali finalità d’interesse pubblico.
A fronte di questo dato di fatto compromettente, invece sarebbe stato utile cogliere, sin dal 1968, l’opportunità dell’esistenza dei tre centri, ben distanti e diversi tra loro, piegandola ad una politica urbana finalizzata all’organizzazione di un sistema reticolare per rafforzare, operando in termini di integrazione piuttosto che di sottrazione, le rispettive identità originarie in una prospettiva di equilibrio dinamico. Cosa che oggi, in maniera postuma, sembra realisticamente favorita (ma purtroppo non più praticabile) grazie al digitale che ha fatto venire meno il valore di “spazio fisico” delle singole componenti territoriali pubbliche. In altri termini, per fare un esempio, oggi perde anche di significato e utilità la creazione di un grande edificio municipale a dispetto delle tante proprietà pubbliche diffuse sul territorio capaci potenzialmente di produrre qualità urbana, sicurezza e benessere; soluzione, quest’ultima, che avrebbero potuto costituire – prima degli incipienti e ineludibili destini della robotizzazione – un vero strumento di rigenerazione urbana e sociale sia della costellazione dei quartieri antichi che di quelli di nuova formazione che hanno ulteriormente aggravato la frantumazione urbana.
Dal punto di vista sociale, il dato più preoccupante è lo stato di profonda crisi del percorso di formazione di un’unica comunità locale (che in verità non c’è mai stata) sfumata dalla perdita delle identità dei singoli territori coinvolti che, prima dell’unificazione, si proponevano come «spazi – secondo un’interessante definizione di Paul Zumthor – di radicamento e di esperienza profonda». Di fatto, com’è abbastanza noto, i centri originari sono stati privati progressivamente degli spazi identitari più importanti (spesso violentemente svuotati dei valori storicamente affermati), determinando le condizioni per il fallimento di qualsiasi progetto di costruzione di un’unica e articolata comunità, attualmente gravemente assente. E se è vero che il benessere di una società dipende dallo stato di salute delle istituzioni intermedie, ovvero delle “comunità”, anche le attuali premesse politiche e le azioni urbanistiche in atto non fanno ben sperare.
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