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Iuffrida_matita-OK_0e788_db425_50701_ad838_a3ec4_50f5e_39a7a_13eda_4fdc6_624ba_cd20f_d090e_68191_ef208_86daa_446de_c41db_74bf5_32fa5_e8968_96db0_ad00e_451fa_9344a_e2777_4226d_be484_21c04_e697c_9d933_edd71_17adb_286a8_e6aa6_f9b1d_1662c.jpgOtto ore di ritardo per un volo Toronto-Lamezia non è proprio il massimo per Joe A., attempato figlio di una donna di origine nicastrese emigrata negli anni Sessanta in Canada. E questo certamente non dipende dalle più che giuste proteste dei trattoristi che agitano le bandiere gialle sulla terra nuda, per il caro gasolio. Joe si è sobbarcato un lungo viaggio per vedere la Calabria raccontata e decantata dalla madre, poco prima che morisse, e soprattutto con l’intenzione di sentire i sapori di un mondo antico, ora racchiuso soltanto nelle confetture sottovetro per turisti, con un peperoncino rosso decorativo attaccato al collo del tappo. I paesi interni sono tutti irrimediabilmente cambiati nella componente umana. Molti sono paesi fantasma, con pochissimi abitanti: in pratica si incontrano solo anziani in attesa di una visita medica, che sicuramente non riusciranno mai a fare. Tra due anni l’attesa molto probabilmente avrà fine, senza che però un ottantenne gravemente malato abbia potuto incontrare un’infermiera o un medico in un ospedale pubblico. Il ritardo scombina tutto il programma di Joe. Per cui decide di fare due passi – in realtà non proprio due – per raggiungere l’abitato di Lamezia. Chiede informazioni e gli assicurano che l’abitato è proprio lì, attaccato alla ferrovia. Lì c’è la stazione di Lamezia Terme Centrale. L’aggettivo centrale gli fa pensare a una zona frequentatissima e quindi ad una grande infrastruttura statale. Ma la mancanza di marciapiedi non può che fargli cambiare umore e aspettative.

Una volta uscito dall’area aeroportuale deve tenersi attaccato ai guard rail per poi intrufolarsi, col preciso scopo di evitare di finire subito il suo viaggio terreno, nel fitto canneto che lo porta a imbattersi nello spettrale scheletro dell’ex Zuccherificio Cissel. Sulla sinistra solo gli spinosi fichidindia lo rimandano alle memorie materne, tanto da avere un attimo di commozione. Poi gli appare la stazione ferroviaria: una scatola da scarpe, che sembra infiocchettata per i tanti scarponi di queste parti. Quasi da depressione. Qualcuno gli suggerisce di approfittarne e di andare a vedere i “tanti” monumenti che respirano l’aria di questa regione ma che di calabrese hanno ben poco: dal Bastione di Malta all’Abbazia benedettina. Il primo è una delle tante torri costiere vicereali che contornano la Calabria, la seconda, invasa dalle erbe infestanti, sembra pietire protezione: «per favore reinterratemi!». Infatti un pastore che si trova lì, e che fa un’opera di manutenzione gratuita, con la sua sapienza di mungitore di capre gli dice che piuttosto che vedere queste «rovine in rovina» sarebbe più intelligente ed utile – visto anche il disastro economico del Comune di Lamezia – lasciare le memorie antiche sotto terra. «Perché è il modo migliore per conservarle. Per favore – grida agitando il vincastro – bisogna finirla con gli scavi!», tanto da sembrare un John Ruskin rivisitato nel pensiero. E Joe gli fa osservare che «in una città dove ogni cinquecento abitanti c’è una associazione culturale o del Terzo settore (senza contare quelle occulte) ci sarebbe molto da interrogarsi, per non parlare degli ambientalisti di vecchio pelo».

Ma Lamezia è tutta qui? Il pastore, dopo averlo fatto assistere ad una estemporanea performance di mungitura, si offre per fargli proseguire la visita, iniziando dal castello di Nicastro. Un’altra rovina, impraticabile, incastonata in un centro storico manomesso in quasi tutte le componenti e senza più la presenza di eredi degli antichi abitatori: gli unici deputati a poter coniugare conservazione e continuità dell’identità della comunità originaria. Qui si parla ormai un’altra lingua, che non è il dialetto nicastrese: «Ci sono – gli fa osservare il pastore di capre – ancora antiche croci di chiese poco frequentate. Qui non circola più la voce del Vangelo. Di tua mamma in questi vicoli non c’è più niente, caro Joe! Ci sono solo le pietre delle vecchie fondamenta della casa della tua famiglia; quello che sta sopra è tutto di cemento armato, marmi e alluminio». Joe non disfa nemmeno la valigia. E il pastore di capre, con un atto di antica generosità, lo accompagna all’aeroporto, dove implora un biglietto di ritorno a Toronto. Costi quel che costi, perché deve piangere in terra straniera la perdita della mamma, ma anche delle sue radici.

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