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di Francesco Sacco.

Rende (Cosenza) - Tre anni dopo il live degli Afterhours all’Abbazia Benedettina di Lamezia Terme, le strade di Manuel Agnelli e del Color Fest tornano a incrociarsi per l’unica data calabrese del format “An Evening With”, organizzata dal TAU (Teatro Auditorium Unical) con la collaborazione del noto festival indie lametino che, in attesa di una settima edizione assolutamente imperdibile, ha deciso di regalarsi una preview d’eccezione con uno dei personaggi più importanti e influenti del panorama musicale italiano. La conferma, qualora ce ne fosse bisogno, arriva dall’ennesimo sold-out di un tour partito il 30 marzo in un periodo particolarmente ricco di impegni, come l’inaugurazione di “Germi”, nuovo polo culturale nel cuore di Milano, e soprattutto la seconda stagione di “Ossigeno”, conseguenza più o meno diretta della tanto chiacchierata partecipazione a “X Factor”, forse il vero punto zero di un nuovo percorso artistico capace di conferire al guru dell’underground tricolore una credibilità ora mainstream, nella sua accezione ovviamente più positiva. “An Evening With Manuel Agnelli” non è che l’ennesimo step di questa mutazione ben poco kafkiana, i cui prodromi possono essere rintracciati già nel tour nei teatri degli stessi Afterhours nel 2015, primo atto di un restyling che, dopo il trionfale tour celebrativo per i 20 anni di “Hai Paura del Buio?”, ne ha un po’ cambiato volto non solo in termini di line-up ma anche di approccio e sensibilità. Tra racconti, reading e canzoni, la serata all’Unical ha mostrato il lato più intimo di un Agnelli ormai perfettamente a suo agio nelle vesti di storyteller alternativo, alle prese con una sorta di stream of consciuosness dal sapore autobiografico, essenziale e colloquiale come una reunion tra vecchi amici. Uno in particolare: Rodrigo D’Erasmo, unico membro della band ad accompagnarlo con il suo prezioso violino (e non solo) in questo viaggio tra passato e presente, tra ciò che era e ciò che è oggi, nonostante quel piglio beffardo con cui “scatarrava” sui giovani degli anni ’90 non sia affatto cambiato, anzi.

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Se, a primo impatto, la scenografia (un appendiabiti, una lampada, due poltrone, due calici di vino e un giradischi) lasciava ben pochi dubbi sull’atmosfera che si sarebbe respirata sul palco, l’apertura affidata alla cover di “The Killing Moon” degli Echo & The Bunnymen ha subito confermato la voglia di Agnelli di mettersi a nudo e raccontarsi attraverso ciò che ha segnato la sua formazione e la sua carriera, rivelando un’inedita vena da stand-up comedian consumato, un novello Lenny Bruce con Fender Rhodes e chitarra acustica. Ed è proprio questa nuova dimensione da entertainer colto e irriverente il collante tra i momenti più toccanti e quelli più divertenti, quasi a voler stemperare le emozioni senza prendersi troppo sul serio, persino quando si affronta la genesi di un lavoro catartico e doloroso come “Folfiri o Folfox”, composto dopo la scomparsa del padre (“Un disco che mi ha liberato tantissimo, perché parla di sensazioni che provavo e che credevo provasse anche mio padre”). Alla fine, “Ti cambia il sapore” sarà l’unico estratto dell’ultimo disco, mentre a far la parte del leone saranno proprio le cover, alcune inaspettate (la splendida “Martha” del Tom Waits pre-licantropia di “Closing Time”), altre già suonate nel corso del tour.  È il caso di “Shadowplay” dei Joy Division, passione nata grazie a “Decades” in un periodo in cui ascoltava soltanto progressive, curioso (ma nemmeno troppo) anello di congiunzione con un cantautorato “così vicino, così lontano” come quello di Bruce Springsteen. In realtà, i punti di contatto tra il post-punk e il folk disperato di “Nebraska”, fortemente influenzato dai Suicide, sono molteplici: Manuel Agnelli lo sa bene e lo sottolinea con “State Trooper”, cercando di riabilitare agli occhi dei waver più ortodossi quell’ “ansia folk di un’America popolata da emarginati, aspetto che riguarda tantissimo anche noi in Italia”. Questione di sincerità, dice, “la cosa più potente che mi sono portato dietro nella musica”.

Lo spettro di Alan Vega e Martin Rev è poi ben presente anche in un album controverso, ma ad oggi il più venduto, come “I milanesi ammazzano il sabato”, tra i dischi After maggiormente saccheggiati nel corso della serata con “È solo febbre” e “Dove si va da qui”, così come “Ballate per piccole iene” (il micidiale uno-due “Ballata per la mia piccola iena/Ci sono molti modi”) e, soprattutto, “Hai paura del buio?” (“Male di miele”, “Pelle” e la “disperatamente allegra” “Come vorrei”), capolavoro in principio incompreso e causa del loro quasi scioglimento (“Per registrarlo ci eravamo indebitati, avevo perso il lavoro, la mia ragazza mi aveva mollato e vivevo vicino a un negozio di animali che mi guardavano con aria di scherno”).  Ogni pezzo diventa occasione per restituire un ruolo centrale alla parola, con racconti, riflessioni e letture (Gesualdo Bufalino, Eugenio Montale e Giorgio Manganelli) mirate a inquadrare meglio il ruolo della musica, dell’arte, spesso intese in modo affatto retorico come strumento salvifico, nella vita di Manuel Agnelli e, in generale, in quella delle persone. “You know you’re right” dei Nirvana viene così collocata in un’Italia, quella di “Mani Pulite”, corrotta e logorata dagli abusi di potere (“La morte di Cobain ha messo un sigillo, come a dire che in realtà non sarebbe mai cambiato un cazzo”); “Video Games” di Lana Del Rey, conosciuta grazie alla figlia, riporta direttamente alla sua esperienza a “X Factor” (“Mi ha arricchito molto, soprattutto dal punto di vista economico, ma mi ha fatto capire che buona parte della musica prodotta oggi è merda”); mentre l’Elvis Costello più politico di “Shipbuilding” volge lo sguardo alla guerra delle Falklands per narrare il presente.

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Meno impegnati ma forse più rilevanti sotto il profilo prettamente personale sono gli omaggi a Lou Reed: l’estemporanea incursione glam di “Transformer” con il classico “Perfect Day” e, soprattutto, le suggestioni sinfoniche e decadenti di “Berlin”, autentica ossessione di Agnelli ripresa da “The Bed” e una riuscitissima versione di “Sad Song”, impreziosita dall’Orchestra del Conservatorio S. Giacomantonio di Cosenza (“Ho sempre sognato di cantare questo pezzo con una vera orchestra”), tornata in scena dopo un breve opening set dedicato agli Afterhours.

C’è spazio anche per la collaborazione con Mina, avviata con la reinterpretazione di “Dentro Marylin”, tra i momenti più esilaranti della serata grazie alla cronaca di quella prima telefonata surreale che ha poi portato, seppur dodici anni più tardi, ad “Adesso è facile”, paragonata con una buona dose di ironia alla “Divina Commedia” a causa della lunga gestazione. I saluti, invece, arrivano dopo quell’inno generazionale che risponde al nome di “Non è per sempre”, cantata, come consuetudine, da tutto l’auditorium, e “Quello che non c’è”, suonata “giusto per togliervi quell’espressione felice dalla faccia”. Ci hai provato, Manuel: difficile scorgere su ogni singolo volto un senso di insoddisfazione o tristezza, ciò che resta sono immagini (o foto) di pura gioia, il ricordo di un’altra intensa performance di un artista in continuo movimento che ha ormai deciso di tagliare i ponti col passato, pur non rinnegando nulla della sua filosofia di fondo: “È una cosa diversa da quelle che ho fatto in passato – ammette Agnelli ai microfoni de Il Lametino - ed è una cosa che mi regala emozioni nuove. Sembrerà banale ma è questo il motivo, fare delle cose nuove, diverse. Poi io ho dei lati che i miei amici conoscono molto bene ma non sono mai venuti fuori pubblicamente: un po’ fanno parte del mio personaggio, e va bene così, però, francamente, hanno cominciato a rompermi i coglioni. Ecco perché sono contento che, in un modo o nell’altro, possa vedersi un lato di me che magari è rimasto nascosto per troppo tempo”. Una nuova attitudine stimolata – c’è poco da fare - dalla sua partecipazione a “X Factor”, osteggiata e criticata dai più, ma a conti fatti fondamentale per liberarsi dai vincoli di un circuito indie che iniziava a stargli un po’ stretto, da quei classici “steccati e ambienti” alla lunga controproducenti: “La partecipazione a X Factor è stato un gesto molto politico in realtà, più di quanto la gente pensi. Rompere col passato e, soprattutto, rompere con un certo tipo di ambiente diventato autoreferenziale - anzi, lo è sempre stato - quindi asfittico, pieno di regole, di limiti, controllato da piccoli baroni sfigati, per me è stata una cosa molto importante. Sì, in questo senso, X Factor mi ha liberato molto”.

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