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Cosenza – Riempire il vuoto, esorcizzare l’horror vacui. Un vuoto, culturale, sociale, individuale, che l’Aghia Sophia Fest, festival multidisciplinare organizzato dall’associazione culturale Il Filo di Sophia, prova a colmare da ormai sei edizioni, ricche di attività collaterali in grado di abbracciare forme d’arte diverse e un pubblico quanto mai eterogeneo, attraverso talk, stand-up comedy, spettacoli teatrali, dj set, performance, mostre d’arte, laboratori per bambini e, ovviamente, musica dal vivo. Non fa eccezione la sesta edizione, inaugurata ieri, nell’Area 3 dei BoCs Art di Cosenza, dal talk con Valerio Mattioli e Giuliano Santoro dedicato al libro “Novanta. Una controstoria culturale”, seguito dallo spettacolo di stand-up “Bambolotto”, della vulcanica Maura Bloom, in attesa del piatto forte della prima giornata. Già, perché ogni passaggio di una band come gli Uzeda in Calabria, a tre anni di distanza dall’ultima apparizione per “Note Al Margine”, non può che presentare le stimmate del grande evento. E, in questo caso, gli organizzatori dell’Aghia Sophia Fest hanno deciso di preparare il terreno in modo decisamente appropriato, affidando il compito di scaldare il pubblico ai cosentini Kyunos, power trio in bilico tra acid punk, stoner e persino improvvise virate prog, e ai Plastic Farm Animals, band reggina dalle inflessioni post punk, post hardcore e noise, tornata ad aprire per main act di un certo spessore dopo l’ottima opening allo scorso RockOn Martirano Lombardo, tesa e rabbiosa quanto basta a condurre tutti sull’or(l)o del precipizio in vista del grande salto. Perché, se si parla di noise in Italia, non si può prescindere dagli Uzeda, punto di riferimento assoluto della scena underground tricolore da oltre trent’anni, capace di fare proseliti anche – se non soprattutto – all’estero, dove certe sonorità hanno sempre trovato maggior terreno fertile. E un chiaro esempio arriva dall’invito a registrare le celebri Peel Sessions del leggendario conduttore radiofonico della BBC, John Peel, che riservò questo privilegio soltanto ad altri due gruppi italiani (PFM e Northpole), o dalla firma (la prima per un complesso non statunitense) con la Touch and Go Records, l’etichetta indipendente di Chicago che, fra anni Ottanta e Novanta, lanciò gente come Big Black, Slint o Jesus Lizard, giusto per citarne un paio.

Decisivo, nella carriera della band guidata da Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta, l’incontro con Steve Albini, il guru del rock alternativo americano, sia in qualità di musicista (gli stessi Big Black, Rapeman e Shellac) sia in qualità di produttore (Nirvana, Pixies e Slint, sempre per citarne alcuni), con il quale stringeranno un forte sodalizio che porterà alla realizzazione di quattro album. Un legame immortalato in un recente documentario, “Uzeda – Do It Yourself”, realizzato grazie anche alla campagna di crowdfunding lanciata dalla regista Maria Arena, ground zero del nostro incontro ravvicinato con Giovanna Cacciola, a ridosso della solita performance torrenziale, sempre più vicina a una sorta di rituale collettivo che a un semplice concerto. Un’attitudine che è diretta emanazione di un modo unico di intendere la musica: rumorosa, spigolosa, senza compromessi, fieramente indipendente. Da Do It Yourself, per l’appunto.

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Partiamo dall’ultima importante uscita, chiamiamola pure così, in casa Uzeda: il documentario “Uzeda – Do It Yourself”, del 2024. Un’opera, tra l’altro, realizzata grazie anche alla campagna di crowdfunding lanciata dalla regista Maria Arena, che è riuscita a raccogliere circa 20000 euro, prova inconfutabile, direi, dell’enorme affetto che i vostri fan nutrono nei vostri confronti. Cosa ha rappresentato per voi tutto questo?

“È stata una sensazione quasi straniante. Noi non siamo abituati a guardare la nostra vita, perché la vita la vivi. E per noi la musica è sempre stata la nostra vita. L’abbiamo vissuta in modo quasi trascinante, coinvolgendo le nostre famiglie, il nostro privato, quindi l’idea che tutto questo diventasse, in un certo senso, di dominio pubblico un po’ ci ha frenati. Non siamo interessati ad autocelebrarci, sappiamo noi qual è il valore di ciò che abbiamo fatto ed è un valore intrinseco, che riguarda la vita stessa. Poi, Maria ci ha fornito un altro punto di vista: raccontare la nostra esperienza non fine a sé stessa, ma come un esempio che possa incoraggiare chi parte dal nulla, senza mezzi, senza niente, lontano da tutto. In un Sud che conosciamo bene, dove o te ne vai, qualunque cosa tu voglia fare, o rischi di non raggiungere i tuoi obiettivi. Ci ha fatto comprendere l’importanza e l’utilità che potrebbe avere questa storia per gli altri, magari per un ragazzo, per un giovane, ma anche per chi non lo è più. Una spinta a non mollare, a insistere, ad andare avanti nonostante le difficoltà. E questo ha cambiato la nostra prospettiva”.

Ecco, a proposito di un Sud in cui è difficile emergere, che atmosfera si respirava a Catania, sia dal punto di vista musicale sia da quello sociale, quando avete cominciato, intorno alla metà degli anni ’80?

“Beh, c’è da sfatare un mito innanzitutto, perché a Catania non c’era una vera e propria scena musicale. Per me, una scena è sinonimo di una comunione di intenti rispetto a un determinato modo di sentire e Catania non era esattamente così. Molte città siciliane, all’epoca, erano presidiate dall'esercito, perché c'erano già agguati di stampo mafioso, rese dei conti continue e chiunque poteva correre il rischio di andarci di mezzo. Diciamo pure che se vivevi in Sicilia, in quegli anni, avevi la percezione assoluta che il tuo futuro fosse fregato, che fossi in balia di una terra che non conosceva pace e, per l’appunto, futuro. Il futuro, al massimo, era rappresentato da un viaggio che ti portasse via da lì, ed essere giovani in quel periodo significava davvero cercare disperatamente qualcosa che ti portasse, almeno emotivamente, con la tua fantasia, lontano da tutto questo. Cercavi una condizione nella quale nessuno ti dicesse cosa fare o ti obbligasse a seguire una determinata strada, altrimenti la tua vita non esisteva. Ecco, in tal senso, questo sentire era sì comune a tutti, lo sapevamo, ma comunque non ce lo dicevamo. E l’unica via di uscita, l’unica isola felice dentro l’isola, era rappresentata dalla musica. C'erano tantissime band, si suonava di tutto, dal rockabilly alla musica popolare, dal rock al punk, come noi, ma soprattutto c’erano tantissimi posti in cui poter suonare o provare. C’era grande fermento. Ricordo una band, in particolare, gli Use And Abuse, che venivano da un paese della provincia di Trapani, nel cuore del nulla, ma c’erano, erano presenti, vivi e facevano anche belle cose. Insomma, di roba ce n’era e la cosa pazzesca è che si suonava più di quanto si suoni adesso. Band sconosciute o ipersconosciute avevano molte più occasioni, non essendoci niente. Ogni scusa era buona per suonare in una piazzetta, nella casa in campagna di qualcuno, nelle feste di paese, anche dei paesini dell’entroterra e persino sull’Etna. Insomma, non vi era tanto una scena nel senso canonico del termine, ma un panorama esteso di gruppi che suonavano ovunque, si incontravano ovunque, ed era veramente molto, molto stimolante. Questa è stata la fortuna, nella sfortuna, di quell'isola in quel periodo”.

Restando in tema di fortuna (che comunque aiuta gli audaci, è bene ricordarlo), lo spartiacque fondamentale della vostra carriera penso possa essere individuato nell’incontro con Steve Albini, un po’ il vostro deus ex machina. Puoi parlarci un po' del vostro rapporto?

“È nata una bella amicizia, molto profonda. Cercherò di essere breve, perché è un racconto che riguarda diversi decenni, all’incirca trent’anni, quindi non è semplice. Steve era soprattutto un uomo, un essere umano speciale ed era tutto ciò che ti aspetteresti da un amico sincero fino all'inverosimile. Con noi si è subito mostrato estremamente gentile e cortese, anche se tutte le leggende che sentivamo sul suo modo di agire, che fosse molto brusco o diretto, erano in parte vere, ma credo fossero conseguenza del comportamento altrui. Noi tutti lo abbiamo sempre conosciuto come un vero gentleman, una persona estremamente generosa, disponibile, schietta, sincera, quindi sì, è stato un amico meraviglioso, di cui si sente enormemente la mancanza. Steve non è più tra noi, ma è sempre presente. Ci siamo conosciuti perché gli abbiamo chiesto di produrre quello che poi sarebbe diventato “Waters” - e come è successo, con la storia di Agostino, della cabina telefonica e delle tasche piene di gettoni, lo sanno ormai tutti – e lui è arrivato in Sicilia da Chicago. Cioè, ha preferito venir lui da noi, anziché farci volare negli States, per ridurre le spese, il che già la dice lunga su che persona fosse. Da lì è cominciato il nostro scambio, uno scambio bellissimo, che credo abbiano avuto tutte le band che hanno lavorato con lui, perché non cercava di influenzare in alcun modo gli artisti, però era molto meticoloso, molto attento. E poi, incidere con lui era anche divertente, eravamo complici. Gli piaceva cucinare e spesso, tra una take e l’altra, facevamo pausa e cenavamo insieme. Così, piano piano, oltre a una stima reciproca dal punto di vista musicale, dato che amavamo moltissimo gli Shellac e i Big Black, si è creata una vera amicizia. Poi lui aveva origini italiane, ci raccontava della nonna che gli parlava in italiano, quindi, è nato questo legame anzitutto umano. Va detto, comunque, che andavamo abbastanza d’accordo con tutti gli Shellac, anche con Bob e Todd, sempre generosi e disponibili. Ma loro erano proprio così, non solo con noi: avevano proprio questo modo di fare, soprattutto con le persone che stimavano e amavano. In più, spesso, io e Agostino organizzavamo i loro concerti in Italia, quindi, il nostro rapporto si è sviluppato su più livelli e sotto diversi aspetti”.

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Spesso, i vostri brani trattano anche tematiche sociali, come uno dei miei preferiti, “Deep Blue Sea”, ad esempio, riguardante i morti nel Mediterraneo e di recente hanno destato scalpore le parole di De Gregori, che ha criticato Bruce Springsteen per il suo attivismo anti-Trump. Voi credete che l’arte possa essere ancora un megafono importante per denunciare i mali di questa società, anzi, l’horror vacui di questa società?

“Guarda, per farti capire come la penso, basta andare a vedere l’immagine di copertina sul nostro profilo Facebook, una scritta trovata sul muro di Mezzocannone, a Napoli: “Se l’arte tace, è complice”. E per noi questo è fondamentale. Lo è sempre stato. De Gregori, così come chiunque altro, ha il diritto di dire come la pensa, credo sia la base essenziale della vita, ma il nostro modo di vivere l’arte è sempre stato questo. E quando parlo di arte, intendo tante cose. Anche il modo di vivere la vita è un’arte, per cui, che tu sia un artista o meno, se stai zitto, sei complice. Di certo, quando hai la possibilità di salire su un palco, a qualsiasi livello, sei un privilegiato. Hai la possibilità di essere guardato, ascoltato da tanta gente, quindi quel momento può diventare un'azione sociale importante, un momento di denuncia. E può esserlo non solo ciò che dici, ma anche il modo in cui parli, in cui suoni. Di conseguenza, come faccio io che non separo la mia vita da quello che porto sul palco a non dire quello che penso? Quale frattura si creerebbe in me, se la mia vita e quello che mi circonda non combaciassero? Per me, se non avesse un ruolo sociale e culturale importante, l’arte perderebbe di significato e di efficacia. Nella mia vita, si svuoterebbe tutto, anche se fossi un poeta, uno scrittore, persino se scrivessi favole per bambini avrebbe la stessa funzione. L'arte ha una grossa funzione sociale, grossissima, fortissima, perché parla al cuore, all'animo, e lo fa secondo canoni che non sono necessariamente spiegabili o spiegati. Parla attraverso le emozioni, e non penso esista cosa più forte”.

Ecco, a tal proposito, ti faccio l’ultima domanda: tutto ciò che sta accadendo nel mondo, dato che l’ultimo album targato Uzeda risale al 2019, vi sta in qualche modo ispirando nella composizione di nuovo materiale?

“Beh, se devo esser sincera, in questo momento, per quella che è la realtà che ci circonda, l'istinto è quello di rimanere paralizzati, perché è davvero tremendo ciò che succede attorno a noi. Ed è un qualcosa che poi va a depositarsi dentro le persone, come la polvere, dopo una tempesta, va a posarsi sulle cose, sull'ambiente. È paralizzante perché è così tremendo, così poco umano, che l'istinto, in prima battuta, sarebbe di non dire nulla, di non fare nulla, e non perché non ne abbia la forza o la voglia. A volte, forse, il silenzio assoluto di tutti sarebbe l'azione giusta per mettere in risalto quanto sia tremendo ciò che abbiamo intorno. Se in una stanza qualcuno inveisce contro qualcun altro, se tutti parlano e urlano o se c'è una rissa, quell'azione viene coperta, rischia di perdersi. Se, invece, mi fermo e lascio che il senso delle parole venga illuminato dal silenzio, allora diventano più gravi, più forti e tragiche, in un certo senso. Ma c’è anche il rovescio della medaglia, che è rappresentato dalla reazione. Perché non posso comunque permettere che ciò accada. La reazione è quella di dire basta, a tante cose: basta a questo modo di sentire l'umanità, le persone. Quindi, in questo momento, è molto difficile esprimere la propria, quello che hai dentro. Va detto, comunque, che tutto quello che ci circonda ci sta in qualche modo ispirando, come anche il fatto di essere in un momento della vita in cui tu hai già vissuto più di quello che ti resta davanti, dunque sai che il percorso è più breve, e tutto quello che vivi diventa più sonoro, diventa più forte. Quindi sì, stiamo cominciando a scrivere nuovi pezzi, non sono pronti ma ci stiamo lavorando, e sono indubbiamente influenzati da tutto quello che sta succedendo. Anche a livello personale, dalle perdite che abbiamo avuto in pochi anni, ad esempio, perché abbiamo perso amici carissimi. Come fai a non farti attraversare da questo?”.

A chiudere la serata, il live set inedito, tra composizioni, edit e remix, “Calabrasil”, a cura di Fabio Nirta. A girare dischi tutto il giorno, invece, Mattia Argieri.

Di seguito il programma del Day II:

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Francesco Sacco 

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