
Catanzaro - Patti Smith torna nell’amata Italia un anno e mezzo dopo il successo del tour di supporto a “Banga”, la sua ultima fatica discografica, e lo fa in una veste del tutto inedita con il progetto acustico ribattezzato ironicamente “The (Patti) Smiths”, accompagnata dai figli Jackson (chitarra) e Jess Paris (pianoforte), nati dal matrimonio con Fred “Sonic” Smith degli MC5, e dal bassista Tony Shanahan, al suo fianco sin dal ritorno sulle scene negli anni ‘90 con “Gone Again”.
Icona rivoluzionaria, songwriter, scrittrice, fotografa, pittrice, artista a tutto tondo: la “sacerdotessa del punk” ha incarnato come poche altre nella storia del rock lo spirito di un periodo di rivoluzione culturale che affondava le proprie radici nella poesia maudit e nella beat generation, ergendosi a nume tutelare e simbolo indiscusso del movimento new wave.
Cresciuta assieme al grande fotografo Robert Mapplethorpe, suo intimo amico, sotto l’ala di Allen Ginsberg e dei grandi intellettuali underground di New York (da Andy Warhol a Bob Dylan), con la sua voce febbrile e spigolosa, la sua attitudine messianica e il suo torrenziale lirismo free-form sostenuto dalle trascinanti distorsioni elettriche del fido Lenny Kaye, la Smith, a partire dalle prime esibizioni nel tempio del CBGB’s, è stata in grado di coniare un nuovo linguaggio in bilico tra urgenza espressiva rock’n’roll e poesia avantgarde, consacrato dalla pubblicazione nel 1975 di “Horses”, il suo capolavoro. Una formula innovativa perfezionata con ulteriore intensità e irruenza nelle allucinate liturgie punk del successivo “Radio Ethiopia”, omaggio a Rimbaud, e culminata nel successo commerciale di “Easter” e “Wave”, in cui asperità e stream of consciousness iniziano ad esser mitigati e metabolizzati attraverso elegie sempre più solenni, mistiche e visionarie: punto di partenza di un processo di avvicinamento al formato canzone e, soprattutto, di evoluzione spirituale che la porterà a lottare per i grandi ideali umani e sociali.
In attesa delle annunciate celebrazioni per il quarantesimo anniversario del leggendario platter d’esordio, il mini tour nei teatri italiani è arrivato al “Politeama” di Catanzaro nell’ambito della rassegna “Musica e Cinema”, nove anni dopo l’ultima apparizione calabrese nel “Festival delle Invasioni” del 2005. Una serie di concerti in memoria del marito Frederick, scomparso nel novembre del 1994, in un Paese particolarmente amato anche dai due figli, in cui, come ha dichiarato la stessa cantante, “la famiglia continua ad avere un ruolo fondamentale nella società”.
Il fervore culturale della Grande Mela anni ’70 e della scena new wave del CBGB’s saranno pure un lontano ricordo, ma il carisma e la carica di Patti Smith si rivelano immutati nell’intensa sublimazione, seppur intima e raccolta, di un repertorio senza eguali.
Ed è proprio la grande passione per il suo Fred ad ispirare classici immortali come l’opening act “Frederick”, l’estasi mistica di “Dancing Barefoot” o l’acclamata “Because The Night”, scritta in collaborazione con Bruce Springsteen.
Il lirismo invasato degli esordi rivive nel drammatico climax di “Birdland”, uno dei capolavori di “Horses”, per poi esplodere nell’intensa “Pissing In A River”; mentre nel rituale di “Ghost Dance”, inno a Dio e alla resurrezione, la Smith si conferma interprete magnetica e sciamanica.
Diverse, poi, cover e dediche ad amici e colleghi ilustri: il compianto Lou Reed con“Perfect Day”, John Lennon con la dolce ninna nanna di “Beautiful Boy”, Elvis Presley nella divertente rivisitazione firmata Shanahan del classico natalizio “Blue Christmas” con un ottimo lavoro alla lap steel del figlio Jackson, Neil Young (“It’s A Dream”), Amy Winehouse (“This Is The Girl”) e, infine, il grande John Coltrane nel vibrante crescendo emotivo di “Beneath The Southern Cross”.
Pervasa, ormai, da una profonda religiosità e da un acceso idealismo, Patti Smith rende persino omaggio alla Vergine Maria in “The Cradle Song”, declama il suo amore per la natura narrando la storia di San Francesco e il lupo di Gubbio durante l’esecuzione di “Banga”, e conclude una serata assolutamente memorabile con quell’ode alla libertà e alla democrazia rappresentata dall’ anthem “People Have The Power”.
Una notte di stupore in cui, come insegna Patti, “la musica diventa riconciliazione con Dio”.
Francesco Sacco

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