foto di Paul Logan.
Cosenza – L’arrivo in Calabria di un personaggio come Robben Ford è sempre una notizia destinata a lasciare il segno, ma pochissimi avrebbero immaginato di assistere a una serata tanto importante nella carriera del celebre bluesman californiano, tra i più influenti e originali interpreti nella storia del genere. Robben Ford ha deciso di ritirarsi. Niente più estenuanti tour mondiali, niente uscite discografiche (forse): la scintillante esibizione di ieri sera al Peperoncino Jazz Festival è stata l’ultima occasione per ammirare dal vivo, almeno nel Vecchio Continente, la swinging guitar di un musicista straordinario, in grado di rinnovare come pochi altri il blues attraverso un sofisticato mix di rock, jazz, funk e soul. Lo ha annunciato, a sorpresa, lo stesso Ford nella splendida cornice del Castello Svevo di Cosenza, dopo esser tornato sul palco per i classici encores al termine di un set energico, coinvolgente e impeccabile, nonostante qualche piccolo problema di setting vocale. Inconvenienti tecnici che non sono andati certamente a intaccare la resa finale del live e, in particolare, il suono quanto mai metallico, viscerale, ma incredibilmente preciso e pulito di Ford con la sua Telecaster Blonde Vintage del 1960, probabilmente la sua chitarra ideale.

Nella seconda apparizione in Calabria in oltre quarant’anni di carriera - dopo la fortunata Master Class al RockOn Martirano Lombardo dello scorso 5 marzo - il chitarrista americano ha fatto sfoggio di tutta la sua classe in un’ora e mezza circa di blues ad alto voltaggio, accompagnato in trio da Brian Allen al basso e Wes Little alla batteria. Setlist incentrata prevalentemente sulla sua produzione recente (saccheggiati soprattutto “Bringing it all back home”, “A day in Nashville” e l’ultimo “Into the sun”) con tanto spazio a jam e assoli, forse fin troppo (il bass solo un po’ fuori posto di Allen nelle sognanti atmosfere da Cotton Club di “Fool’s Paradise”, per esempio). Dopo una partenza slow con la calda voce di Ford in primo piano in “Birds Nest Bound”, il concerto cambia subito marcia virando verso il blues-rock più sanguigno con la successiva “Howlin’ At The Moon”, la stonesiana “Rainbow Cover” e, soprattutto, “Midnight Comes Too Soon”, saggio da primo della classe su come bucare il mix con una Telecaster. Tra gli highlights della serata, anche “Rose of Sharon” (“una canzone che amo particolarmente” dice Ford), qui dilatata fino a sfociare quasi nella psichedelia durante un primo bass solo, l’esplosivo boogie strumentale di “Cannonball Shuffle” (dedicata al grande Freddie “Texas Cannonball” King), l’accoppiata “Please Set A Date/You Don’t Have To Go” (la prima dal repertorio di Ellmore James) e il funk indiavolato di “High Heels and Throwing Things”, impreziosita dagli ottimi assoli dell’intero trio (certo, i Blue Line erano ben altra cosa). Applausi a scena aperta, ovviamente, per Robben Ford, protagonista dell’ennesima prova maiuscola, perennemente in bilico tra blues e jazz, che impressiona per suono, tocco, tecnica e creatività.
Dopo la già citata “Fool’s Paradise” (comunque splendida), encores affidati a un’infuocata cover della Paul Butterfield Blues Band, “Loving Cup”, in cui il chitarrista omaggia il suo grande idolo Mike Bloomfield, e, in chiusura, a “Thoughtless”, altra mini blues jam dai cenni psichedelici: ultimo atto di una serata memorabile che ha sancito l’addio ai palcoscenici europei di un musicista entrato di diritto nell’olimpo dei grandi bluesmen contemporanei. Nonostante una performance elettrica e vigorosa, Ford si congeda così dal suo pubblico in punta di piedi, come il suo blues, gentile e raffinato ma terribilmente efficace quando c’è da aggredire on stage. Nessun avviso in pompa magna, nessun proclama su riviste specializzate, solo un breve annuncio sottovoce accolto da una sentita standing ovation tra un set e l’altro. Perché “la musica e la vita sono questioni di stile”, come diceva Miles Davis…e Robben Ford ne ha da vendere. He don’t play nothin’ but the blues.
Francesco Sacco

© RIPRODUZIONE RISERVATA