
di Francesco Sacco
Catanzaro – Canzoni e storie, musica e parole. Un binomio inscindibile quando si parla di cantautorato, forma d’arte che, in ambito pop, non può prescindere dall’evoluzione del folk, in particolare dalla scena del Greenwich Village, divenuta, a partire dai primi passi di Bob Dylan, il fulcro della controcultura sixties non solo in termini teorici ma anche prettamente musicali, favorendo il fiorire dei grandi protagonisti della Summer Of Love del ’67. L’input definitivo arrivò probabilmente dalla svolta elettrica del menestrello di Duluth, già guiding light di molti folksinger emersi nel distretto di Manhattan, ground zero di tutto il sound West-Coast e delle sue derive psichedeliche (Crosby, Stills, Nash & Young, The Byrds, Jefferson Airplane e Grateful Dead). Archiviate le illusioni pacifiste di cui si erano fatte portavoce l’ideologia hippie e le contestazioni giovanili, la figura del cantautore, esaurito il suo ruolo storico, tornò in auge assumendo forme più complesse e vicine al tessuto urbano nel corso degli anni ’70. Anche - se non soprattutto - in Italia, dove, nella seconda metà del decennio, inizierà a contaminarsi con mondi apparentemente differenti (De André e Pfm, l’avanguardia colta di Franco Battiato o il dissacrante debut di Faust’O), sfruttando il varco aperto oltreoceano dalla new wave. E a proposito di debutti folgoranti, un contesto simile si rivelerà terreno fertile per l’affermazione di un altro talento destinato a lasciare un solco indelebile nella storia della musica italiana: Alberto Fortis. Galeotto, nonostante la sua gestazione lunga e sofferta, proprio l’album eponimo del 1979, già portatore (mal)sano di un songwriting e una proposta musicale fuori dagli schemi, tra feroci invettive un po’ incomprese (“A Voi Romani”, “Milano e Vincenzo”), struggenti ballad dal sapore autobiografico (“La Sedia di Lillà”) e arrangiamenti dal taglio progressive eseguiti, anche in questo caso, dalla Premiata Forneria Marconi. Un approccio capace di metter subito d’accordo critica e pubblico con oltre centomila copie vendute, punto di partenza di un percorso poco incline ai compromessi, capace di reinventarsi costantemente, attraverso generi e registri espressivi differenti, incurante di tendenze, mode, steccati e ambienti. Una libertà espressiva dettata da un eclettismo indomito, che ha portato Fortis a tagliare il traguardo dei cinquant’anni di carriera rimanendo fedele a stesso, continuando a produrre musica dal tasso qualitativo sempre piuttosto elevato ed esplorare altri mondi con cui implementare un bagaglio ricchissimo. Ne è chiaro esempio il suo 2026: un nuovo album, “Sentimental City”, un nuovo libro e un tour promozionale che lo ha portato anche a Catanzaro, al Museo Del Rock, per un evento diverso dal solito concerto. L’occasione ideale per incontrarlo e analizzare quella carriera in direzione ostinata e contraria che lo ha imposto come uno dei cantautori più originali della sua generazione, sempre in bilico tra musica e parole, per l’appunto, ma soprattutto, “tra demonio e santità”.

Partiamo dal motivo per cui siamo qui, l’incontro “Alberto Fortis, musica e parole”, titolo già piuttosto significativo, soprattutto per un cantautore. Tra l’altro, ti trovi nel bel mezzo di un anno particolarmente ricco di attività, proprio tra musica e parole: un nuovo album, “Sentimental City”, accompagnato da un tour con una nuova band, un nuovo libro… insomma, sembra che, dopo cinquant’anni di carriera, la tua vena creativa non si sia minimamente esaurita, nonostante il mutare delle stagioni e del panorama culturale. Come è cambiato però - se è cambiato - il tuo approccio alla musica e all’arte in generale dopo tutto questo tempo?
"Innanzitutto, mi trovo qui su invito dell’amico Franco Schipani, con cui ho condiviso un progetto importante sul finire degli anni ’80, ossia un album registrato a New York con il produttore e tutta la band di David Bowie, nello studio forse più bello dell’epoca, il Power Station Studio, dove Bruce Springsteen ha registrato “Born in the U.S.A.”, per intenderci. Eravamo nella stessa sala, infatti, quando ho visto il biopic “Bruce Springsteen: Deliver Me From Nowhere”, ho rivisto proprio quegli stessi posti ed è stato molto bello. Ma ho un bel rapporto anche con la Calabria, dove ho tenuto tantissimi concerti fin dall'inizio, dalle grandi città, come quello al Teatro Cilea di Reggio, a posti più piccoli ma meravigliosi come Papasidero, giusto per citarne qualcuno. Non ero mai stato, però, al “Museo Del Rock” e devo fare davvero i complimenti a Pier Giorgio Caruso, perché è una realtà meravigliosa. Rispondendo alla tua domanda, invece, va detto che se una persona è geneticamente fatta in un certo modo, quindi se veramente respira arte e musica, normale metabolizzare tutto ciò che arriva dall'esterno per rimandarlo fuori. Non importa quanto tempo sia passato, è semplicemente la tua vita: è come parlare, come respirare, insomma. Certamente, è cambiato nel corso degli anni: è cambiato il modo di usufruire della musica, di viverla, il modo soprattutto di gestirla, e in tal senso penso che un appello vada fatto non tanto ai veri artisti, cioè quelli che fanno musica, non i prodotti a breve durata, ma agli addetti ai lavori. Al di là delle leggi, dei numeri, del mercato e tutto il resto, parliamo di una materia fondamentale per lo stato di salute di una società, di una civiltà e la storia ce lo insegna da sempre. Ecco, i discografici, innanzitutto, dovrebbero tornare a capire questo. Va bene l'algoritmo, va bene l'intelligenza artificiale, a cui dobbiamo rispondere in qualche modo, ma se tutti questi mezzi venissero usati su una piattaforma di prodotti che nascono con maggior amore e maggior selezione proprio sulla valutazione artistica, penso che le cose potrebbero migliorare senza grosse difficoltà. E lo dico perché, grazie ai miei incontri anche recenti con vari istituti universitari, con giovanissimi studenti di lirica nei teatri, ho capito quanta bellezza e quanta voglia di musica ci sia nelle nuove generazioni. Al momento, la situazione è un po', per dirla alla “Guerre Stellari”, sotto il lato oscuro della forza, ma speriamo cambi, perché comunque, nell’aria, mi sembra di avvertire una brezza a favore della verità, della bellezza".
La bellezza salverà il mondo, diceva qualcuno. Che album sarà “Sentimental City”, altro titolo già piuttosto emblematico, anche perché spesso le tue canzoni sono molto legate a un certo tessuto urbano? In questo caso, cosa si intende per “città sentimentale”?
"Guarda, hai proprio centrato il punto, perché “Sentimental City” è sì un luogo fisico, ma è anche il luogo della mente, dello stato delle cose e, non a caso, invita a far leva sul sentimento. Indipendentemente dalla nostra età, dalla generazione, dalla professione che facciamo, io penso che il sentimento sia la cosa che, come la bellezza, ci potrà salvare, perché significa svolgere il proprio mestiere con maggior amore, maggior attenzione, con più dignità nella considerazione del proprio ruolo e di chi hai di fronte. Albert Einstein diceva che l'immaginazione è più forte della conoscenza ed è vero, perché, se non immagini di volare, non riuscirai mai a conoscere i modi per fabbricare un aeroplano. “Sentimental City” intende rappresentare proprio questo, infatti è il titolo dell'album, del tour ed è il nome della band. Per la prima volta, ho voluto sperimentare quella che chiamo pluriproduzione, che naturalmente è molto omogenea nel suo risultato finale ma gode di collaborazioni diverse, maturate negli ultimi anni su città e dunque piattaforme di produzione diverse. Infatti, sono coinvolte le città di Milano, Roma, Torino, Napoli e Pescara. Ti faccio un esempio: due brani sono stati prodotti a Milano col produttore che in genere lavora con Marrakesh e Il Volo; due a Napoli, dove troviamo una bellissima coincidenza, perché vi è anche una rappresentanza dell'Orchestra Sinfonica del San Carlo con il suo primo contrabbassista, il Maestro Gianni Stocco, un mio fan da quando era ragazzino, e il suo secondo violino, mentre alla produzione c'è il figlio dello stesso Stocco, Luca, che è il produttore di Samurai Jay ma è cresciuto con la mia musica, quindi è un altro mio fan. Ecco, la bellezza sta anche nel vedere questo incontro generazionale in produzione. E ciò che ha dato a “Sentimental City” questa forza, come accennavo prima, è proprio la pluriproduzione, ma comunque con uno stesso colore, perché io, in genere, arrivo a presentare i brani che voglio produrre dopo averli suonati con i quattro strumenti di base, quindi dando una visione già piuttosto esplicita, chiara di dove vorrei arrivare. In questo caso, parliamo di un album ricco di suggestioni sonore abbastanza eterogene, ma basato anche sull'essenzialità. Cioè, io continuo a essere innamorato dei primi U2, dei Clash, dunque sono convinto si debba far comprendere una canzone nella semplicità, nell'evidenza della sua base. Poi ci puoi mettere tutti i colori possibili, infatti c'è l'orchestra, c'è il quartetto d’archi, ci sono altre cose, ma una canzone sta in piedi pianoforte e voce innanzitutto. E la scelta artistica del tour va anche in questa direzione, perché se pensiamo ai primi Beatles, ai primi U2, ai Clash o ai primi R.E.M, ad esempio, mi sembra non ci sia nulla da invidiare ad altre megaproduzioni".
A proposito del rapporto Alberto Fortis/Città, riavvolgiamo il nastro e torniamo ai tuoi primi passi nel music business, in particolare al tuo album di debutto, che nel ‘79 fu un autentico caso discografico, contenente già diversi all time classics della music italiana come “Milano & Vincenzo” o “La sedia di Lillà”, giusto per citarne un paio. Un album, però, dalla gestazione alquanto sofferta, diciamo pure così, per i motivi che tutti ormai conoscono. Pensi che oggi sarebbe stato più semplice o ancor più complicato far vedere la luce a quel disco?
"Ma ancor più complicato, secondo me. Perché la critica che c'è in canzoni come le mie, in quelle che hai citato come in quelle di altri miei colleghi che non le mandavano a dire, è molto chiara ed esplicita, non è edulcorata come adesso. Dobbiamo, però, stare attenti, perché io adoro l'innovazione quando si tratta di protesta o, in qualche modo, di evidenziare qualcosa che possa non star bene a una collettività, ma arrivare, ad esempio, a sdoganare l'incitamento all’odio o lo stupro di gruppo perché questo, in qualche modo, fa notizia, lo trovo veramente molto colpevole. Significherebbe abituare le nuove generazioni ad assorbire determinati non valori e codici assolutamente dannosi. La storia, però, ci insegna che l’arte è sempre stata un'arma potentissima, come appunto l'immaginazione, per tornare alla domanda precedente, ed è l'arma su cui bisogna contare per cercare di migliorare una comunità, una città, una società. Oggi, questo sdoganamento di finte libertà è ambiguo, non è vero, non è artistico. Non lo dico per salvare la mia sponda, ma quali canzoni ricordiamo oggi dopo cinquant’anni? Quali canzoni fanno cantare ai ragazzi a “X Factor” e “Amici”? Non quelle degli ultimi cinque, sette, otto o dieci anni, sicuramente. E fra vent'anni, le canzoni che stiamo ascoltando adesso per un certo tipo di mercato rimarranno? Penso proprio di no".

Personalmente, ho sempre subito il fascino della scena italiana di quegli anni, molto influenzata dalla new wave, con i vari Battiato, l’esordio di Fausto Rossi, i primi passi di Giuni Russo e, ovviamente, il tuo di debut. Che atmosfera si respirava, dal punto di vista musicale e culturale, in quel periodo?
"Era molto fervido. C'era un magma davvero in ebollizione. Io stesso, prima di liberarmi dal contratto capestro con la RCA e, dunque, prima di “Milano e Vincenzo”, ero solito frequentare questo posto chiamato “Il Cenacolo”, che era il luogo dove si svolgevano le audizioni dell'etichetta, quando l'RCA era una sorta di San Pietro della musica e assorbiva tutte le principali produzioni italiane su tutto il territorio. Lì potevi trovare anche artisti già affermati, tipo De Gregori, Renato Zero o Venditti, che venivano a far ascoltare le loro canzoni, poiché con i discografici e gli addetti ai lavori vi era un rapporto molto più sostanziale, molto più naturale. Ti racconto questo aneddoto: ero un ragazzetto di diciannove anni che faceva l'anticamera aspettando questo Dottor Vincenzo Micocci (nota di redazione, sono molto amico con tutti i figli, in particolare con Francesco, ma anche con Vincenzo, poi, sistemammo le cose) e a un certo punto, nei corridoi, vidi arrivare un certo cantautore anche lui agli inizi, ma già piuttosto affermato. Mi chiese se stessi aspettando il Dottor Micocci e, nell’attesa, mi invitò ad ascoltare alcuni suoi provini, raccomandandomi di non prestare attenzione al modo in cui cantasse, poiché era una demo. Voleva semplicemente un mio parere sulle canzoni. Parte il Revox di una volta, quindi il nastro vero e proprio, e cosa sento? “E qualcosa rimane, fra le pagine chiare, fra le pagine scure”… era “Rimmel”! Cioè, ho vissuto la genesi di “Rimmel” grazie alla gentilezza di una persona come Francesco De Gregori, che, in qualche modo, aveva notato questo ragazzetto che faceva anticamera e voleva renderlo partecipe. Era questo lo stato dell’arte in Italia in quel decennio".
Fantastico, davvero. A proposito di questo fermento creativo, il seguito del tuo primo album fu una scelta spiazzante, un concept di matrice prog intitolato “Tra demonio e santità”, ennesimo titolo abbastanza emblematico. Mi è sempre venuta in mente la parabola del Lou Reed solista, il quale, dopo aver finalmente trovato il successo con “Transformer”, anziché cavalcare l’onda glam cambia radicalmente registro con “Berlin”, concept sinfonico e decadente dai contenuti e dalle sonorità abbastanza opprimenti, che rappresenta per me il suo massimo capolavoro. Ecco, penso sia già un fattore piuttosto indicativo della tua indole sovversiva e del tuo costante bisogno di reinventarti, che ti ha caratterizzato per tutti gli anni successivi…
"Questo è un gran bel complimento, grazie. Infatti, ho schivato molte mazzate da baseball, metaforicamente parlando, quando andavo in studio, dove tutti mi dicevano che avrei dovuto fare una seconda cosa simile al debutto. Eppure, in realtà, il materiale di “Tra Demonio e Santità” fu la primissima cosa che scrissi quando feci lo switch dalla batteria, perché facevo il batterista nelle nostre prime band, al pianoforte. Avevo diciassette anni e mezzo e mi ero infatuato degli studi classici, in particolare della “Divina Commedia”, che, grazie al cielo, ci avevano insegnato con piacere. Sai, la musica, che ci piaccia o no, è un veicolo anche esoterico, a volte, un veicolo che porta delle informazioni a te sconosciute, ma che forse ti appartengono, che arrivano da un altro stato delle cose, da altre realtà parallele, quindi io, senza saper suonare bene il pianoforte, buttai giù proprio d’istinto questi venti e passa minuti di musica. Avrei voluto formassero il mio primo album, anche perché ho sempre amato il cinema, il concetto di musical, non a caso ero innamoratissimo di “Questo piccolo grande amore” di Baglioni, che uscì quando avevo sedici anni ed era un concept che sapeva di teatro, di musical, appunto, ma tutti mi diedero del matto, perché l’esordio di un cantautore non poteva essere così. Per quanto riguarda il mercato discografico, avevano certamente ragione, ma il loro tentativo era proprio quello di dissuadermi e dimenticare quella suite. Siccome, però, ho la capoccia dura, dopo il successo del primo album, con un po’ di autorità in più, mi lanciai in quell’esperimento per me molto riuscito dal punto di vista artistico ma abbastanza controverso, perché all’inizio divise critica e pubblico. Successivamente, invece, digerito un po’, è divenuto uno dei lavori più rappresentativi della mia produzione. Con il terzo album, poi, ho cambiato nuovamente totalmente registro, aprendomi la strada oltreoceano, verso gli Stati Uniti, e arrivando a collaborare, casualmente, con musicisti che hanno lavorato con Stevie Wonder, Aretha Franklin e, in seguito, Beyoncé e Christina Aguilera. Per me, fu un battesimo folgorante e il risultato, “La Grande Grotta”, rappresenta ancor oggi il mio album di maggior successo. Come hai detto tu, le mie sono scelte un po’ da libero battitore, scomode, ma non potrei fare altrimenti. Devo andare dove sento. Giusta o sbagliata che sia, devo seguire la mia verità artistica".
Beh, hai citato Springsteen e De Gregori, inevitabile, a questo punto, chiudere con un’ultima domanda che riporta al presente. Hanno destato molto scalpore, di recente, le affermazioni di De Gregori, che ha criticato Bruce Springsteen per essersi schierato apertamente contro l’amministrazione Trump. Ora, è vero che il ruolo del cantautore è un po’ cambiato rispetto agli anni ’60, agli anni della canzone di protesta, ma penso comunque che il ruolo di un artista in generale sia anche quello di indagare, analizzare, raccontare e magari criticare il presente. Credo fortemente che l’arte continui ad avere un valore culturale e sociale importante. Tu, da cantautore, da che parte stai?
"Io sto dalla parte di Springsteen, senza alcun dubbio, perché penso che artisti come noi (non è un paragone con Bruce, non mi fraintendere) abbiano il diritto e soprattutto il dovere di essere dei portavoce e dei moltiplicatori dei megafoni di certi valori. E grazie al cielo c'è chi lo fa con coraggio, anche oggi. Se guardiamo l'altro piatto della bilancia, che cosa abbiamo? Una persona malata – e lo dico con educazione, da ex studente di medicina – che è nella stanza dei bottoni di uno dei Paesi più importanti al mondo, quindi ha un potere per noi quasi inconcepibile, e il suo atteggiamento sta sdoganando ovunque un trend che è veramente antiumano. Basti pensare a cosa succede in Israele con Netanyahu, e ti premetto che la mia famiglia è di origine ebraica, ma non certo della linea sionista. Nel primo singolo di “Sentimental City”, “Ricordati di me”, ad esempio, canta insieme a me, in qualità di ospite, Moni Ovadia, che è un portavoce, un pilastro di umanità e di valori sociali invidiabili ed è veramente molto raro, quindi ben vengano artisti così. Metterei da parte queste critiche sterili, anzi, ancora meglio se è una grande star a denunciare certe cose. Prendi John Lennon, il mio idolo, cosa ha fatto tutta la vita? Ha fatto esattamente quello. Non a caso, la verità sul suo omicidio resterà un mistero. Lui era capace, con una semplice comunicazione, di radunare a Central Park più di un milione di persone, ecco perché il suo dossier era sul tavolo della CIA, perché questa è una cosa scomoda, che non riuscivano a controllare. E purtroppo, oggi più che mai, siamo in mano a un gotha politico internazionale che ha dei codici e dei valori disumani".

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