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Lamezia Terme - Una storia a lieto fine, di quelle che si possono raccontare. E, a farlo a il Lametino.it, è un medico. Un figlio della Calabria, di Lamezia in particolare. Mario Scali, "salvato" dal plasma di un donatore guarito dal Coronavirus. Da anni a Parma, insieme alla moglie, anch'essa lametina e medico. Due figli. Scuole media alla Pitagora, quindi il Liceo Fiorentino e poi Università e carriera professionale lontano dalla terra d'origine che porta sempre nel cuore. La sua è una storia importante e significativa che ha fatto il giro delle cronache padane, non solo per l'esito positivo finale, ma anche perché sua moglie è stata colei che lo ha curato. "Fin dalle prime comunicazioni del 24 febbraio - racconta - da medico di famiglia controllavo i casi sospetti. In quei giorni notavo che i contagi continuavano ad aumentare".

Quindi aveva contatti con alcuni pazienti "sospetti"?

"Guardi, non avevo mai tralasciato di attenermi alle regole per evitare di contrarre il virus. Era una quotidiana consuetudine utilizzare la mascherina e gli igienizzanti".

E allora? Cosa è accaduto?

"È accaduto che il giorno 16 marzo ho iniziato ad accusare stanchezza e febbre. Ho pensato ad una forma influenzale stagionale. Quindi, riposo e astensione da assumere farmaci. Volevo valutare l'evoluzione".

Quando si è accorto che qualcosa non andava rispetto ad una normale forma influenzale?

"Quando la stanchezza cominciava ad aumentare; e c'era anche un'alterazione del gusto e dell'olfatto. Alcuni odori diventavano insopportabili. Scomparso pure l'appetito finanche l'acqua era diversa. La sera la febbre aumentava, tossivo quando mi alzavo dal letto per fare qualche passo solo per andare al bagno".

Come viveva in quei giorni a casa con la sua famiglia?

"Devo dire che a scopo precauzionale già da qualche giorno mi ero autoisolato. Nei fugaci contatti sia io che i miei familiari indossavamo la mascherina. L'ossigenazione era su livelli accettabili. E da medici, sia io che mia moglie, non trascuravamo affatto di prendere in considerazione il coronavirus come causa del mio malessere".

Quando ha avuto la certezza di aver contratto in Covid-19?

"Erano trascorsi 10 giorni e i sintomi non scomparivano. Quindi mi sottoposi a tampone faringo-nasale. Era lunedì 23 marzo. Nel pomeriggio mi alzai dal letto e cominciai a tossire senza fermarmi per molti minuti. Una tosse irrefrenabili mi toglieva il respiro. Dopo poco ero al Pronto soccorso di Mantova".

Come mai non a Parma?

"La scelta di un'altra città non è stata per sfiducia di quanto si fa a Parma, anzi. Mia moglie è dirigente medico in quell'ospedale ed è in ausilio al reparto Covid-19. C'erano molti letti aggiunti ed i colpi di tosse (degli altri) erano la colonna sonora che non mi abbandonava. Quello che mi colpiva era l'andirivieni di quelli che definiscono "Angeli travestiti", infermieri e medici. Quando ho visto poi in tv e sui giornali tutte quelle dimostrazioni di affetto e riconoscenza davanti agli ospedali avrei voluto esserci anch'io. Intanto, il tampone fatto qualche giorno prima era positivo. La respirazione peggiorava e mi trasferiscono nella terapia intensiva di Pneumologia. Circa il 5% dei malati affetti da Covid-19 può presentare condizioni cliniche tali da richiedere il ricovero in terapia intensiva con necessità di assistenza ventilatoria ed io ero in quel 5%. Ed è fastidioso indossare la maschera per la ventilazione meccanica. Nonostante la "valanga" di ossigeno che entra ti senti oppresso e vorresti strapparla dal viso, ma non si può".

Cosa accade a quel punto a Mantova che fa cambiare il corso delle cose ma soprattutto della sua vita?

"I valori di funzione respiratoria continuavano ad abbassarsi ed ecco che accade quello che io considero la mia fortuna. Una sorta di incontro con un Angelo custode.  All'ospedale di Mantova, hanno seguito Pavia. Insieme a Lodi e Cremona nella sperimentazione del plasma da paziente guariti da Sars2-Covid-19. In sostanza si preleva il plasma da un donatore-paziente guarito dall'infezione che è ricco di anticorpi antivirus. Poi si trasfonde nel soggetto ammalato (in questo caso io) partendo dal presupposto che l'arrivo nel sangue di nuovi anticorpi possa combattere più efficacemente il coronavirus. È paragonabile ad una "vaccinazione" anche se passiva. Questa è stata la mia salvezza. Ne sono certo".

Quando ha avvertito miglioramenti?

"Già il giorno dopo della trasfusione, ho sentito un miglioramento notevole. La terapia nel mio caso è stata sicuramente efficace. Oggi non posso che ringraziare i donatori. Nei giorni seguenti i parametri respiratori miglioravano e dopo 8 giorni sono tornato a respirare senza ossigeno. Il plasma iperimmune è l'unica terapia che ho seguito oltre all'antibiotico. Non posso dire che è il plasma è miracoloso ma nel mio caso, ed in quello di altri, tra cui colleghi ammalati, ha funzionato. Dopo 10 giorni sono stato dimesso. Ora sono negativo anche ai tamponi e clinicamente guarito".

Che esperienza è stata?

"Si provano emozioni forti. Si pensa alla quantità e alla qualità della vita che ci attende. Forse perché quando si sta male, quando il tuo corpo ha un nuovo padrone che si chiama coronavirus, quando gli esami peggiorano e purtroppo sei anche medico, la visione di quello che ti sta attorno cambia. Non ho mai avuto paura di morire, ma la sensazione che potesse vincere lui, il Covid-19, quella si. Per fortuna uno dei medici che mi ha curato era mia moglie. Potevo vedere solo i suoi occhi sotto le protezioni, ma mi bastavano per darmi forza e pensare che sarei riuscito a rivedere, Diletta e Giovanni, i miei figli che mi aspettavano a casa. Non posso essere felice del tutto perché non si può gioire pensando ai colleghi e a tanti altri, anche miei assistiti, che non hanno avuto la stessa sorte e non ce l'hanno fatta. Un'esperienza indelebile. Mi considero un sopravvissuto".

Pensa di tornare a Lamezia per una vacanza in Calabria?

"Sì, solitamente torniamo una volta l'anno. Con mia moglie siamo legati alla nostra città. Speriamo che tutto passi e si possa tornare alla normalità e che sia consentito spostarsi di regione in regione".

Antonio Cannone

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