Salta al contenuto principale

 medico-fabiano-ancora-ritorno-20201.jpg

Lamezia Terme – “Non sono andato là ad Ancona per fare l’eroe ma per provare emozioni ed essere coinvolto in questa situazione di emergenza sanitaria”. Così spiega e vuol far trasparire l’urologo Pietro Fabiano che il 28 aprile è tornato a casa, dove ha potuto rivedere i suoi affetti, dopo avere finito l’incarico di volontario ad Ancona per l’emergenza sanitaria. “Fiero ed orgoglioso di un padre - dice il figlio Antonio - Null’altro da aggiungere, ma solo Chapeau... Grazie a tutti per il sostegno e la stima dimostrata”.

Lo specialista, che svolge il suo lavoro all’ospedale lametino Giovanni Paolo II, aveva deciso di fare parte e mettersi a disposizione della Protezione civile per quanto concerne l’emergenza covid-19. La sua decisione aveva passionalmente catturato, “con un mix di forti emozioni”, la sua famiglia (la moglie Cecilia Crucitti e i figli Antonio e Pierpaolo). La sua scelta è stata maturata lo scorso 8 aprile e, partito da Lamezia, al suo arrivo a Roma gli è stata assegnata come destinazione operativa la città di Ancona nelle Marche. Il medico ha fatto come di dovere i tamponi: uno l’8 aprile quando è partito con risultato negativo, un altro il 24 aprile quando è stato in contatto con gli infetti, risultando negativo. Un ultimo tampone è stato invece fatto negli ultimi giorni quando è tornato a casa “per tranquillizzare - spiega Fabiano - il personale medico e paramedico dell’ospedale lametino”. Il professionista quindi tornerà al lavoro dopo l’esito del tampone. In una breve intervista racconta la sua esperienza vissuta assieme agli altri camici bianchi e ai volontari nel capoluogo marchigiano, dove, ha tenuto a precisare, a prevalere sono state le emozioni.

Come ha trovato la situazione ad Ancona?

“Quando sono arrivato, l’8 aprile, la situazione era in una fase molto critica, però lì loro avevano pianificato un sistema di organizzazione capillare e quindi stavano riuscendo a tamponare la situazione, infatti, quando sono arrivato stavano già disponendo i centri Covid e le Usca (le Unità speciali per la continuità assistenziale), in modo da tenere sotto controllo i malati Covid”.

Come è stata l’accoglienza e le sensazioni che ha provato là, che esperienza è stata?

“Innanzitutto, l’accoglienza è stata veramente eccezionale e straordinaria, sono stati tutti molto gentili e garbati mettendomi subito a mio agio e facendomi disporre di tutto e di più, mi hanno lasciato far prendere qualsiasi decisione ovviamente sempre in collaborazione con i colleghi medici. L’accoglienza è stata inoltre accompagnata da feste che abbiamo ricevuto sia in fase di arrivo sia in fase di partenza. Si è trattato di esperienze belle che saranno sempre conservate nella memoria di un medico e soprattutto di una persona. Non sono andato lì per fare l’eroe ma per cercare queste emozioni ed essere coinvolto in questa difficile situazione emergenziale, e ne sono stato coinvolto emozionalmente, infatti quando sentivo in TV o sugli altri media dei medici morti mi sono sentito emotivamente coinvolto e dunque spronato a fare qualcosa per questa gente. Questa esperienza mi ha insegnato che in campo medico non si smette mai di imparare, perché questa malattia è ancora in fase di studio, oltre al fatto che non si smette mai di imparare anche perché in questi casi le terapie cambiano dall’oggi al domani, una terapia che tratti il giorno prima il giorno dopo non è più valida”.

Come è stato il primo impatto?

“Il mio primo impatto è stato positivo, ma la prima cosa che mi sono trovato davanti sono state due bare di morti Covid pronte per partire. Questo episodio è successo nel primo ospedale dove mi hanno portato. Inoltre, quando sono partito per tornare a casa la situazione stava migliorando e le terapie intensive erano meno congeste e iniziavamo a fare dimissioni importanti, ad esempio da un ospedale dove c’erano una cinquantina di posti Covid iniziavano ad esserci i posti liberi pronti per i nuovi ricoveri. Quindi la situazione, vista questa capillarità organizzativa molto professionale è stata gestita bene dalle istituzioni sanitarie marchigiane, è grazie a questa meticolosa organizzazione si è riusciti ad arrivare ad una buona fase di controllo della malattia”. 

Ha mai avuto dei ripensamenti?

“Assolutamente no, nessun ripensamento è stata una vera gioia aver lavorato con questi colleghi, perché è stata una cosa che ho scelto io di fare e per la quale sono partito deciso, con tutte le emozioni possibili è stata una cosa talmente bella alla quale mai avrei pensato di rinunciarci, anzi la mia paura era proprio quella di non poter partire. Ma ripeto, per le emozioni che ho provato è stata una cosa che volevo fare e rifarei perché tenevo tanto a farla. Poi sempre dal punto di vista emotivo-esperienziale è stato molto importante, anche per i piccoli gesti come cambiare un catetere per il trasporto di un paziente, se per alcuni può sembrare una cosa da niente lì ho capito che invece non lo era affatto, perché diventava una cosa fondamentale. C’era applicazione anche a fare queste azioni”.

Francesco Ielà

Segui il Lametino
Le notizie di Lamezia e della Calabria, dove preferisci tu.